‘Abu ‘al-Hasan ‘Ali ‘ibin ‘Abd ar-Rahman abi ‘al-Basar: uno dei tanti, dimenticati, poeti arabi di Sicilia

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‘Abu ‘al-Hasan ‘Ali ‘ibin ‘abi ‘al-Basar o Abu al-Hasan ‘Ali ibn ‘Abd ar-Rahman ibn Bisr visse in Sicilia, tra la fine dell’XI e il XII secolo. E’ considerato uno tra i migliori poeti arabi in Sicilia. Egli cantò l’amore e la bellezza del creato come doni di Allah. Nei suoi versi si trova anche una vena di tristezza per la sorte della sua patria, che stava per cadere nelle mani dei Normanni. Dà notizia di questo poeta straordinario, benché tuttora in gran parte misconosciuto, ‘Imâd ‘ad dîn ‘al ‘Isfahânî, letterato di origine persiana del XII secolo, autore di un Canzoniere in dieci volumi sulla poesia araba del suo tempo.

Riporto di seguito una delle sue migliori poesie:

 

Ecco una gazzella ornata di orecchini,

Che mi canta le nenie quand’io son ito;

Quand’ella vede ciò che m’è successo.

Come prato variopinto,

Non mi cale [d’altro] quand’ella è meco,

Poiché nell’amor suo mi consumo,

Il suo volto è luna che spunta;

Superbisce quando ha preso tutto per sé l’amor

mio;

E quindi io peno.

Sur un tralcio sottile,

Le è dolce il mio lungo dolore.

O crudeltà: ed io sto per morire!

Sdegnosa, inaccessa a pietà,

Non rifugge dal romper la fede che mi die’.

Tace ostinata;

Tiranna, ingiusta;

Diversa da quella che fu un giorno.

Oh felice chi le sta accanto!

 

 

(da “Poeti arabi di Sicilia” a cura di Carlo Ruta, Edi.bi.si., Palermo, 2001)

 

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Di questa stupenda poesia (anticipatoria di molti temi e stili che successivamente saranno propri della poetica siculo-normanna prima e toscana poi) vi propongo, per dovere di completezza, un’altra versione tradotta, che differisce in alcuni punti notevolmente rispetto alla prima versione (che era stata tradotta dall’arabo da Michele Amari, celebre arabista siciliano del XIX secolo), e che ho trovato nel sito http://www.liberipensieri.net/letteratura/abu.htm: 

Codesta “gazzella” ornata di orecchini,
Mi canta le nenie quand’io son lungi,
E quando avverte ciò che m’è successo.
Come in giardino variopinto,
Quand’ella è meco, dimentico tutto,
Poichè per l’amor suo mi consumo.
Il suo volto è luna che spunta:
Superbisce quand’ha occupati tutti gli affetti miei,
Dond’io mi torturo
su un tralcio sottile,
Si sollazza nel mio lungo dolore
Allontanasi ed io sto per morir.
Sdegnosa, inaccesa pietà,
Non rifugge dal romper la fede,
Non mi dà che silenzio.
Tiranna, ingiusta,
Mutata da quella che fu una volta:
Si ch’è felicità rarissima trovarsi con lei!