“Ambiguità del dono” di Marco Aime

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Marco Aime

 

         Nel novembre del 2000 padre Alex Zanotelli, missionario comboniano da anni impegnato ad aiutare i poveri nella baraccopoli di Korogocho, alla periferia di Nairobi, rifiutò i 500 milioni del premio «Feltrinelli», assegnatogli dall’Accademia dei Lincei, suscitando scandalo e indignazione presso molti che pure stanno dalla parte dei deboli come lui. «I poveri non hanno bisogno di carità, ma di modifiche strutturali», sostenne. Con quella presa di posizione provocatoria, Zanotelli ha smascherato l’ambiguità che talvolta si cela dietro il dono o meglio, dietro a un certo tipo di dono.

 

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Alex Zanotelli

 

            Quando regaliamo qualcosa a qualcuno, compiamo un atto personalizzato. Regaleremo, probabilmente, qualcosa che ci fa piacere regalare, ma tenendo presenti i gusti e la personalità del destinatario. Pertanto, in quel dono ci sarà qualcosa di noi e qualcosa di chi lo riceverà, perché in fondo gli oggetti sono ricettacoli di identità 1.

Accade però che nella nostra società si presentino occasioni di donare in modo spersonalizzato o generalizzato. Sappiamo che il nostro sistema economico è alla base di notevoli diseguaglianze, sia all’interno della nostra stessa società sia nei confronti di quei milioni di individui che abitano il cosiddetto Sud del mondo. Spesso, per «riparare», almeno in parte, le fratture causate dall’economia, si finisce per chiedere aiuto allo Stato o alle numerose associazioni di volontariato e di carità che caratterizzano la nostra società. Il dono della carità, istituzionalizzato tramite tali enti organizzati, non è più un dono al prossimo, cioè al vicino, a qualcuno che conosciamo, ma diventa un dono finalizzato a lenire tutte le sofferenze in generale. Al soggetto singolo del destinatario si sostituisce una categoria (poveri, affamati, affetti da determinate malattie, colpiti da catastrofi) più o meno vasta e quanto mai anonima. Questo tipo di dono diventa un atto che lega soggetti astratti: un donatore che ama l’umanità e un destinatario che incarna la miseria del mondo 2.

Prendiamo il caso della beneficenza televisiva e delle varie maratone che la sostengono. Nella sua spettacolarizzazione, rappresenta uno dei tratti distintivi recenti della nostra epoca. Si tratta di una tipica forma di dono generalizzato, che non prevede un controdono in beni materiali. Se un beneficio per il donatore c’è, sarà semmai di tipo interiore. Si tratta di una sorta di riconversione. Il donatore non offre qualcosa di veramente suo, non sceglie un oggetto che rappresenti in qualche modo il rapporto tra lui e il destinatario. Il donatore offre del denaro, suo come appartenenza materiale ed economica, ma non «suo» in quanto segnato da un rapporto affettivo unico (se c’è affetto o attaccamento, è per il denaro in genere, non per «quel» denaro). D’altra parte, nemmeno conosce il destinatario, né si aspetta da lui che ricambi il dono ricevuto. Il «dono generalizzato» è una ruota che gira. Si dà non a qualcuno ma alla società e si sa che si riceverà 3.

Si fa quindi la carità per aiutare i poveri del mondo, gli affamati, gli ammalati, ma la carità, avverte Mauss, «ferisce chi la riceve», è umiliante. Umiliante, perché chi riceve non può restituire. Il circolo virtuoso identificato da Mauss si spezza. Al triangolo donare-ricevere-contraccambiare viene a mancare un lato, l’ultimo. Questo «buco» dà vita a gerarchie sociali ed economiche che si trasformano inevitabilmente in rapporti di forza e trasforma il ricevente in debitore impotente.

 

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Marcel Mauss

 

Se la carità, in quanto dono indifferenziato, non prevede un dono di ritorno, anche perché non è indirizzata a un particolare destinatario, è allora davvero disinteressata. Nulla è meno gratuito del dono, sostiene Mauss. Il problema sta ancora una volta nella colonizzazione del nostro immaginario da parte del pensiero utilitarista, che ci fa sembrare un «nulla» ciò che invece è importante. Non siamo solo e sempre «economicisti», tesi a massimizzare i nostri guadagni materiali. Come sostiene anche il Premio Nobel per l’economia Amartya Sen, pure nel capitalismo c’è una forte componente morale 4 e lo stesso Adam Smith, divenuto ormai un abusato profeta del libero mercato, non ha solo scritto Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni, ma è stato anche autore di Teoria dei sentimenti morali.

La carità assolve un ruolo di medicamento dell’anima, gratifica chi la fa e gli mette il cuore in pace. L’indignazione di padre Zanotelli allora non appare più un gesto provocatorio dettato dall’irruenza tipica del personaggio, ma una chiara denuncia dell’ambiguità che talvolta si nasconde dietro la generosità di chi, magari anche in buona fede, dona. Salvo poi, come nel caso in questione, avallare leggi le quali, mettendo in ginocchio le economie di certi paesi, diventano una delle cause di quella povertà che poi si vuole lenire con il dono 5.

Il dono, abbiamo visto, costruisce legami e pertanto getta le basi della società, ma la sua esasperazione può arrivare a mettere in moto un processo opposto. L’obbligo di restituire è uno degli atti fondamentali del dono e il dono concede una certa libertà rispetto all’arco di tempo impiegato per restituire e all’entità del controdono. È però vero che un ritardo eccessivo o un dono di molto inferiore a quello ricevuto suscitano disagio e generano un’asimmetria nel rapporto. Siamo soliti dire «basta il pensiero», ma, ammettiamolo, è una forma di sottile ipocrisia, perché in fondo ci aspettiamo non una parità matematica, ma almeno un pari impegno (economico o morale) da parte dei nostri partner. Da collante sociale il dono può allora trasformarsi in arma di distruzione. I due donatori diventano antagonisti e in certi casi potranno arrivare a utilizzare il dono per colpire, umiliare, distruggere il rivale.

È il caso dei potlatch (vasta gamma di attività cerimoniali fondate sul dono che si svolgevano tra gli Indiani della Costa di Nord-ovest del Pacifico, n.d.b. = nota del blogger!), che tanto colpirono Marcel Mauss. Questi rituali di distruzione, dove i protagonisti facevano a gara a chi riusciva a offrire di più, accrescendo così il proprio prestigio a scapito dei contendenti, possono essere considerati una forma estrema di dono utilizzato non per creare legami, ma per spezzarne o incrinarne altri. Non a caso Georges Bataille chiama dono di rivalità l’atto ostentatorio che è al centro del potlatch. Per Bataille, il «valore di scambio del dono» deriva dal fatto che il beneficiario, se vuole cancellare l’umiliazione inflittagli dal donatore, deve accettare la sfida e assumersi l’obbligo di rispondere con un dono più importante, vale a dire restituire a usura 6.

 

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Potlatch

 

Se il potlatch significa esagerazione, sovrabbondanza, spreco finalizzati ad acquisire più prestigio dell’altro, ritroviamo alcuni tratti simili in certi nostri banchetti nuziali, dove il cibo è quasi sempre in quantità superiore a quanto viene poi mangiato. Ma non è forse vero che da un pranzo di nozze più parco ed essenziale gli invitati uscirebbero brontolando, comparando quel pranzo con altri a cui hanno partecipato (magari con quello offerto da loro stessi) e muovendo critiche e accuse di tirchieria agli sposi? Anche qui il dono si fa antagonista e implica pertanto competizione.

C’è però una differenza tra l’ostentazione del potlatch e quella dei banchetti e delle abbuffate. Entrambi sono degli «sprechi», è vero. Ma nel primo caso si accumula per distruggere, nel secondo per consumare. Nell’abbondanza conviviale e nelle bisbocce quel che si cerca è l’eccesso nel consumo. La distruzione, al contrario, sottrae le cose alla distribuzione e quindi anche al consumo. Nel potlatch, infatti, il potere è «il potere di perdere» dei beni, che sancisce l’onore. Tale potere è però l’opposto dell’obbligo di donare e di rendere 7.

Note:

1 R. GUIDIERI, «Saggio sul prestito», in Voci da Babele, Guida, Napoli 1990, p. 61.

2 M. GODELIER, L’enigme du don, Fayard, Paris 1996, p. 12.

3 J. T. GODBOUT, Il linguaggio del dono, Bollati Boringhieri, Torino 1998, p. 40.

4 A. SEN, La ricchezza della ragione. Denaro, valori, identità, il Mulino, Bologna 2000, p. 5

5 In particolare, Zanotelli faceva riferimento alla legge europea che consente di produrre cioccolato con una minima quantità di cacao. Una decisione che ha messo fortemente in crisi paesi africani e mesoamericani la cui economia si basava proprio su quella produzione.

6 G. BATAILLE, La parte maledetta, Bertani, Verona 1972, p. 112.

7 R. GUIDIERI, 1990 cit., pp. 42-45.

(tratto dall’introduzione di Marco Aime dal titolo “Da Mauss al MAUSS” all’opera di Marcel Mauss “Saggio sul dono. Forma e motivo dello scambio nelle società arcaiche”, Piccola Biblioteca Einaudi, 2002, pp. XVI-XX.)

“Ambiguità del dono” di Marco Aimeultima modifica: 2007-10-30T14:05:00+01:00da okram20
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