“Dieci Canoe”: il film DEL “Popolo” di Ramingining

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Dopo aver affrontato in uno dei miei ultimi post il tema “antropologico” del dono e dello scambio mi si offre adesso la possibilità di attualizzare questi concetti nel nuovo sistema internautico dei blog: abbiamo deciso con l’amico blogger Pickpocket83 (alias Esteban) di “scambiarci” “ritualmente” le recensioni di questo film unico più che raro che abbiamo visionato insieme. E il sistema dello scambio è diventato più produttivo di quanto ci potessimo aspettare. Abbiamo raggiunto, infatti, una perfetta sintonia di idee con Pickpocket83 che, da buon “cinefilo”, com’è di sua competenza, si è occupato della parte più propriamente “filmica” e “cinematografica” ed io (Okram20), invece, che ho approfondito da buon “antropofilo” gli aspetti maggiormente “antropologici”, “linguistici” e “sociologici” del film. Ed è per questo che, per una maggiore completezza di lettura e di analisi, vi rimando al suo post su “Dieci Canoe” che affronta temi sui quali io non mi sono soffermato: http://cinedrome.splinder.com/post/14578389#comment. Come direbbe Vento nei Capelli nel film “Balla coi Lupi” di K. Kosner: “Buono scambio!”…e naturalmente per tutti voi che avete la pazienza di leggere: “Buona lettura!”. 

 

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“Film antropologico degli antipodi che racconta, attraverso una storia nella storia, costumi e usanze di una tribù facente parte della più antica cultura vivente sulla Terra: quella aborigena” (Vittorio Renzi: http://cinema.multiplayer.it/articoli.php?id=21039).

 

10 Canoe

(Ten Canoes)

AUSTRALIA 2006

REGIA: Rolf De Heer (e il popolo di Ramingining)

STENEGGIATURA: Rolf De Heer in collaborazione con il popolo di Ramingining

MONTAGGIO: Tania Nehme

MUSICHE: James Curie, Tom Heuzenroeder

PRODUZIONE: Fandango/Vertigo in associazione con South Australian Film Corporation, Adelaide Film Festival e SBS Independent

GENERE: Avventura

DURATA: 88’

FOTOGRAFIA: Colore

VISIONE CONSIGLIATA: Film per tutti

FORMATO VIDEO DEL DVD: 16:9 ANAMORFICO 1:78

FORMATO AUDIO DEL DVD: Italiano Dolby Digital 5.1; Inglese Dolby Digital 5.1

REGIONI: AREA 2

 

 

 

BREVE PREMESSA ANTROPOLOGICA:

 

Quello che più stupisce del film “Dieci Canoe” (ha stupito me e credo che stupirebbe chiunque di voi) è lo scoprire che la regia viene attribuita non solo all’ufficiale e balanda (cioè “uomo bianco”, nella lingua degli Yolngu, gli Indigeni australiani in questione) Rolf De Heer ma anche al popolo di Ramingining. È una delle pochissime volte in cui un intero sebbene piccolo “popolo” (qui a rigore sarebbe più opportuno parlare di tribù) prende direttamente parte alla realizzazione di un film che li riguarda. E questo è ancora più sorprendente e rivoluzionario se si pensa che per secoli questo, come tutti gli altri centinaia e centinaia di raggruppamenti sociali che popolavano un tempo l’Australia, venivano considerati, non solo dai colonizzatori europei ma anche dai primi antropologi occidentali (e questo è ancora più grave!) che li studiarono, come dei semplici relitti della preistoria, genti prive di un ragionamento “logico” e “razionale”, concentrato di pura bestialità animale (teorie da tempo del tutto screditate in antropologia culturale), da destinare ad un forzoso processo di acculturazione al modello balanda, deprivandoli così della loro millenaria storia e cultura. Nel 2005/2006 è avvenuto un piccolo miracolo: dei “partecipativi”, “mistici”, “pre-logici” (1), “primitivi” (2) e “bestiali” “Boong” (3) hanno potuto dire finalmente la loro sulla rappresentazione che di se stessi veniva e viene tradizionalmente fatta dagli occidentali (colonialisti, scrittori, antropologi e naturalmente anche registi). Quindi un piccolo-grande successo. Naturalmente auspichiamo che l’autodeterminazione del Popolo indigeno australiano, più che nelle rappresentazioni “cinematografiche” (sempre ben accette), trovi la possibilità di radicare nel più concreto terreno delle rivendicazioni sulla proprietà della terra e dei luoghi sacri indigeni tanto spesso bistrattati (4).

 

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Note:

 

1) Sono concetti questi elaborati dall’antropologo francese L. Lévy-Bruhl e successivamente confutati oltre che da antropologi successivi, tra cui Evans-Pritchard, dallo stesso Lévy-Bruhl, che negli ultimi anni della sua vita volle attenuare l’abisso che lui stesso aveva contribuito a tracciare tra “pensiero primitivo” e “pensiero occidentale”, soprattutto attraverso la constatazione di come, anche nella società positiva e scientifica, fosse possibile rilevare indubbie tracce di atteggiamenti “partecipativi”, “mistici” e “pre-logici”.

 

2) A commento di tale termine mi servo delle parole del brillante antropologo economico R. R. Wilk: «mi servo dei termini “primitivo” e “moderno” tra virgolette per indicare che non concordo con le ipotesi tanto spesso celate nell’uso di queste parole. Non le utilizzo nel mio lavoro etnografico e le considero generalmente screditate, ed eccessivamente cariche di associazioni negative e di significati imprecisi».

 

3) O “Bung”/“Bong”, nello slang australiano significa “morto”, “infetto”, “disfunzionale” ed era/è l’attributo altamente dispregiativo con cui i “bianchi” indica(va)no gli Indigeni australiani; a partire dagli anni ’50 anche i termini “Aborigene(s)” e “Aboriginal(s)” in specie nelle forme abbreviate di “Abo/Abbo” (di per sé non offensivi, significando letteralmente “dall’origine”, quindi “Popolo originario – dell’Australia -”) hanno cominciato ad essere avvertiti come offensivi dalla comunità autoctona australiana che nelle zone dell’outback preferisce essere chiamata col termine slangato “Blackfellas” e in contesti più “formali” e “ufficiali” come “Aboriginal Australians” o “Aboriginal people” e, a partire dagli anni ’80, come “Indigenous Australians”, sulla scorta di “Native Americans”, usato dagli Amerindi nord-americani al posto dei termini dispregiativi come “Redskins” o “storicamente falsi” come “American Indians”.

 

4) Pensiamo a quello che avviene ogni anno all’Uluru alias Ayers Rock, il gigantesco monolito che affiora nel cuore del deserto australiano, dove centinaia di turisti e rocciatori sprezzanti della sacralità del luogo rumoreggiano e banchettano come se si trattasse di un semplice cumulo di arenaria; è un po’ quello che succede nelle chiese europee con l’affollamento di turisti poco rispettosi della sacralità del luogo che spesso impediscono lo stesso svolgimento delle celebrazioni sacre!).

 

SINOSSI DEL FILM:

 

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Migliaia di anni fa, in epoca tribale nel nord dell’Australia, dieci uomini, guidati dal vecchio Minygululu (Peter Minygululu), si addentrano nella foresta per raccogliere la corteccia che serve a costruire le canoe: con quelle canoe poi solcheranno la grande Palude di Arafura a caccia di uova di oche-gazze (gumang). Minygululu apprende che il giovane fratello Dayindi (Jamie Gulpilil), alla sua prima spedizione, si è innamorato della sua terza moglie più giovane. Il ragazzo trova ingiusto che gli adulti debbano prendere per sé più mogli e la legge tribale rischia così di essere infranta: Minygululu per affrontare la situazione e insegnare a Dayindi come ci si comporta decide di raccontargli in maniera sincopata una storia esemplare, appartenente al passato mitico e che prenderà molto tempo per essere narrata, occupando tutti i giorni necessari a costruire le canoe, ad attraversare la palude e a raccogliere le uova. È la storia di un amore proibito, di un rapimento, di un’uccisione casuale e feroce e di una vendetta ancora peggiore: a quel tempo Yeeralparil (interpretato sempre da Jamie Gulpilil), fratello minore del capo-clan Ridjimiraril (Crusoe Kurddal), è innamorato di Munandjarra (Cassandra Malangarri Baker) della terza moglie del fratello. Un giorno presso la tribù arriva uno straniero di un’altra tribù. Poco tempo dopo Nowalingu (Frances Djulibing), la seconda moglie di Ridjimiraril, scompare e il marito si mette sulle tracce dello straniero, convinto che sia lui il responsabile… Insomma una storia del tutto simile alla sua che insegnerà al giovane Dayindi come bisogna avere la capacità di sapere aspettare.

 

 

 

 

GENESI DEL FILM:

 

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La genesi di questo film tanto originale quanto affascinante merita di essere raccontata, così come Minygululu racconta nel film a Dayindi una storia tribale pregna di significati. Nel 2000 il regista Van De Heer era alle prese col casting del suo nono film, dal titolo “The Tracker” (Australia, 2002), dove avrebbe messo in scena la vicenda di tre poliziotti a cavallo condotti da una guida aborigena all’inseguimento di un fuggiasco nell’Australia degli anni Venti. Dopo un’attenta selezione il regista di origini olandesi decise di affidare la parte dello scout-protagonista al grande performer aborigeno (danza, cinema, teatro), icona del cinema australiano, David Gulpilil che, nella versione originale inglese, è la voce narrante di “Dieci Canoe”. Qualche mese prima delle riprese, Van De Heer fu invitato dall’attore aborigeno a visitare le sue terre natìe, Ramingining e la Palude di Arafura. I due passarono alcuni giorni insieme, a parlare, a pescare, mangiando cibo proveniente dalla boscaglia e imparando a comprendersi reciprocamente. Durante le riprese di “The Tracker” e in diverse altre occasioni, Gulpilil rinnovò più volte l’invito fatto a Van De Heer di girare un film a Ramingining. Alla fine, nel giugno del 2003, il regista di origini olandesi accettò la proposta dell’ormai amico David Gulpilil e pensò ad un film, ambientato nel secolo scorso, nel quale avrebbe raccontato una storia aborigena interrotta, proprio prima del suo climax, con il massacro da parte dei Balanda della maggior parte dei personaggi indigeni Yolngu. Gulpilil, secondo le intenzioni di Van De Heer, sarebbe stato il protagonista e il co-regista di questo film da girare a Ramingining e nella lingua originale aborigena. Ma il plot a cui aveva pensato il regista non era destinato a durare a lungo. Una mattina, David Gulpilil andò a trovarlo e mostrandogli una foto in bianco e nero, scattata almeno settant’anni prima, gli ripeté che sarebbero servite dieci canoe per realizzare il film. Dopo un’attimo di incertezza, guardando le foto, Van De Heer confermò la geniale intuizione del performer aborigeno. “La foto, un gruppo di dieci uomini”, avrebbe affermato in seguito il regista di origini olandesi, “era estremamente cinematografica. Parlava di un mondo lontano. Entrare in quel mondo avrebbe significato cogliere la vera essenza del cinema. Il film aveva iniziato a prendere forma”. Quella foto dei dieci canoisti era stata scattata dal Dott. Donald Thomson, un antropologo che lavorava nella Terra di Arnhem centrale nella metà degli anni ’30, quando la vita per gli abitanti indigeni era ancora molto tradizionale e poco influenzata culturalmente dall’arrivo dei bianchi. C’erano state guerre contro il popolo Yolngu della Terra di Arnhem, ma non erano mai stati conquistati e avevano quindi conservato il loro stile di vita tradizionale. Thomson visse lì, insieme alla popolazione per molti mesi, da solo, sovvenzionato dal governo con la speranza che la comprensione degli Yolngu avrebbe portato la pace, non solo con il mondo esterno (c’erano state delle incomprensioni nei confronti dei giapponesi venuti lì per raccogliere le perle), ma anche tra le fazioni in lotta degli stessi Yolngu. Thomson lasciò un’eredità di enorme importanza. La “Thomson Collection”, che conta qualcosa come quattromila fotografie in bianco e nero che ritraggono moltissimi aspetti della cultura degli Yolngu, è conservata nel “Museum Victoria”. Alcune di queste foto sono tornate a Ramingining dove sono tenute in gran considerazione. Sono state assorbite dalla cultura, ne sono divenute parte. Esiste l’idea di “Tempo di Thomson”, ricordato amorevolmente. La rete di parentele è complicata: tutti sono imparentati con qualcuno nella foto e tutti ne sono orgogliosi. Sono la loro continuità, la loro storia. Venne abbandonata così l’idea di mettere in scena il massacro degli aborigeni perpetuato dai colonizzatori europei, perché, come afferma il regista Van De Heer, “questo avrebbe sollevato delle questioni controverse e avrebbe creato problemi per il mercato australiano”, e si decise di ambientarlo migliaia di anni fa. Il perché di questa ambientazione così arcaica sta, ancora una volta, nel marketing, nell’accondiscendere le aspettative del pubblico. Racconta Van De Heer in una sua intervista che da circa quattrocento anni gli Yolngu barattavano con i Makassan provenienti da Sulawesi, in Indonesia, i trepang, molluschi marini, ricevendone in cambio oggetti in ferro e acciaio, per esempio asce e punte di lancia. Fino a quell’epoca gli Aborigeni della costa settentrionale, come del resto tutti gli Indigeni australiani e Tasmaniani, ignoravano del tutto l’uso dei metalli. “La maggior parte degli australiani non sa niente dei Makassan, li ignora del tutto. Quindi, se avessimo mostrato asce di acciaio, tutti avrebbero detto che era un errore, perché non le avevano! Quindi abbiamo ambientato il film mille anni fa per questa ragione.”.

 

 

NOTE DI REGIA:

 

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Le riprese sono state divise in due parti. Prima ci sarebbe stato il materiale in bianco e nero della costruzione delle canoe e della raccolta delle uova d’oca, girato nella e in prossimità della palude. Poi sarebbe stato il turno del materiale a colori relativo ai tempi mitici, che doveva essere girato per la maggior parte nell’accampamento costruito dalle donne Yolngu, come pure nella foresta e nei suoi dintorni. Sulle spedizioni a caccia d’oca, Thomson nel 1937 scrisse, “…l’irritazione e la mancanza di sonno dovute ai morsi di zanzare e sanguisughe, sommate allo sforzo fisico, rendono il viaggio una vera ordalia”. Cosa che descrive abbastanza accuratamente la prima parte delle riprese. E il numero dei coccodrilli presenti nella Palude di Aratura è aumentato enormemente dopo che la caccia al coccodrillo è stata regolamentata negli anni ’70. Le riprese nella palude sono state lunghe e difficili tanto per gli attori yolngu quanto per la troupe balanda, molto più di quanto lo sarebbe stata una spedizione a caccia di uova di oca. Nessuno del cast aveva mai recitato in un film prima di allora. Non dovevano solo imparare di nuovo vecchi mestieri, come spingere una canoa di corteccia con pesanti pertiche senza cadere in acqua, ma dovevano apprendere nuove conoscenze associate alla recitazione sullo schermo, comprendere come girare senza seguire un ordine cronologico e come la narrazione più che essere basata sulla realtà era una finzione, visto che anche i miti più lontani posseggono un livello di realtà per gli Yolngu che i Balanda trovano difficile capire. E c’era anche un senso di responsabilità nei confronti di questi pazzi Balanda, che ovviamente non erano consapevoli dei pericoli della palude, altrimenti perché se ne starebbero tutto il giorno immersi fino alla vita nella palude, alla mercé dei coccodrilli? E fu così che sul set ci ritrovammo con undici osservatori di coccodrilli. La prima proiezione del girato è stata turbolenta. Ogni Yolngu presente nell’accampamento era stipato nel casotto del montaggio e tutti gli Yolngu nell’accampamento ridevano dell’aspetto d’altri tempi del cast e per quello che dicevano. Ma avevamo scelto di filmare in bianco e nero per riprendere le fotografie di Thomson, e in molte scene, a causa della loro composizione, avevamo pianificato di copiarle quasi tali e quali. Finalmente la parte in bianco e nero del film venne completata e ci spostammo tutti sulla terra asciutta. I membri del nuovo cast iniziarono a lavorare, dando il cambio a coloro che avevano lavorato così duramente per settimane. Cambiò anche lo stile delle riprese che passarono da composizioni fisse ad una telecamera che si muoveva quasi continuamente. Tutto divenne più facile.invece di girare solo due o tre scene al giorno fu possibile arrivare a venti al giorno. Invece di mangiare un sandwich in mezzo al fango o all’acqua fu possibile consumare pranzi seduti. Al posto di spostamenti lunghi e faticosi con le pertiche, c’erano accessi per i veicoli e camminate sulla terra asciutta. E usando un po’ delle conoscenze dei locali in genere c’era sempre una soluzione per ogni problema. Durante la scena notturna della danza della morte, ad esempio, servivano delle nuvole di fumo, venne fatto buon uso di mucchi di termiti sgretolate a cui si appiccava il fuoco, disponibili gratuitamente in gran quantità. Non solo fu possibile avere decine di “macchine” per il fumo ma il fumo che ne derivava tenne lontano le zanzare durante l’unica notte di riprese del film. Il ritmo di lavoro aumentò a tal punto sulla terra asciutta che le riprese terminarono qualche giorno prima. Mescolata alla soddisfazione di essere riusciti in ciò che sembrava impossibile, alla felicità degli Yolngu e dei Balanda di poter tornare ad una certa normalità, c’era una punta di rammarico che questa grande, gloriosa e difficile avventura fosse finita, e che una cosa simile probabilmente non si sarebbe ripetuta mai più per nessuno.

 

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Sino ad oggi esistono tre versioni del film: quella con il dialogo in lingua Yolngu con i sottotitoli in inglese ed il narratore (in lingua) inglese David Gulpilil; quella con i dialoghi e la narrazione di David in Mandalpingu con sottotitoli inglesi, e c’è la versione Yolngu, senza sottotitoli, tutto nella lingua della gente a cui appartiene il film. È stata quest’ultima versione ad essere proiettata all’aperto in Ramingining in una notte della stagione umida, non appena era pronta per essere mostrata e prima di qualunque proiezione pubblica di qualunque altra versione. Da Darwin abbiamo fatto venire un proiettore e uno schermo e la gente ha iniziato a riunirsi nel campo di basket non appena sono cominciati i preparativi, ore prima della proiezione. Quando arrivano le 7.30 e il buio, per le strade e nelle case di Ramingining non c’è un anima…ci vorrebbero quattro campi di basket per contenere tutta la gente che c’è. Il film regala risate, orgoglio e gioia a tutta la comunità, anche a coloro che hanno avuto dubbi sull’opportunità di fare il film. Nei giorni seguenti c’è un solo argomento di conversazione dominante. Ci si interroga sulle vecchie abitudini e su quelle nuove. E molte persone che appaiono nel film, e quelle che vi hanno contribuito, si trovano cambiate da esso…posseggono una consapevolezza del loro posto nel mondo che prima non avevano mai avuto.

 

 

INCONTRO CON ROLF DE HEER E DOMENICO PROCACCI:

(Roma, Hotel Locarno, 29/05/2006)

Rolf, raccontaci la genesi di “Dieci canoe, e anche del tuo prossimo film, di cui hai momentaneamente interrotto le riprese per il Festival di Cannes.

Rolf de Heer: “Dieci canoe” ha preso il via da un invito che mi fece David Gulpilil di andarlo a trovare nella sua terra d’origine, la città di Ramingining, nei pressi della Palude di Arafura. Già in passato lui e la sua comunità mi avevano chiesto di girare un film sulla loro storia, ma io mi ero sempre tirato indietro perché temevo che fosse impossibile: per via delle zanzare, dei coccodrilli, di una lingua e una cultura troppo diversa dalla mia e che non potevo comprendere. Alla fine però ho deciso di provarci. L’idea di Dr. Plonk è venuta fuori in modo del tutto diverso, durante il missaggio sonoro di “Dieci canoe”. Da tempo stavo pensando a un progetto più semplice da realizzare in tempi brevi, ma non mi veniva nessuna idea. Un giorno, mentre cercavo uno spray antizanzare, nel frigorifero del mio magazzino ho rinvenuto una pellicola molto vecchia, semi-rovinata e ho deciso che era perfetta per girare una commedia muta.

 

Domenico, ci parli del tuo lungo sodalizio con Rolf?

Domenico Procacci: Rolf è un regista con una visione molto personale: uno che vuole fare un film con una pellicola scaduta ha quanto meno un approccio originale al cinema! Il nostro rapporto è iniziato nel 1992 quando ho ricevuto il copione di Bad Boy Bubby. Subito pensai che fosse un copione splendido. Da lì in poi abbiamo continuato a lavorare insieme. Abbiamo anche fondato insieme la Vertigo Productions, gestita da Rolf, e, pochi anni dopo, la Fandango Australia.

 

La questione linguistica: ti sei sentito un po’ come Bob Harris in Lost in Translation?

Rolf de Heer: La lingua è stato il problema più difficile. Io sono australiano, voi italiani, ma abbiamo una cosmologia comune, siamo simili. Quella delle comunità aborigene è una realtà totalmente diversa dalla nostra. Molti dei nostri concetti per loro sono intraducibili, e viceversa. Addirittura, quando due traduttori diversi traducevano una frase yolngu in inglese, venivano fuori due cose completamente diverse. Noi usiamo i pronomi, loro non ne hanno. Però hanno sedici modi diversi per dire “noi”. Non possiedono proposizioni congiuntive o disgiuntive perché non “spezzano” un concetto mentre parlano.

Domenico Procacci: E questa differenza linguistica si è poi estesa a tutti gli aspetti della lavorazione del film. Ad esempio, noi siamo abituati a dividere la realtà in segmenti e a concentrarci su un singolo aspetto alla volta; per loro invece la realtà è unica e indivisibile. Quando loro dicono “Io sono la terra”, lo dicono in senso letterale, non stanno facendo filosofia.

 

Domenico Procacci: Rolf aveva già affrontato questo aspetto in “The Tracker“, qui si è voluto concentrare su qualcos’altro.

Rolf de Heer: E’ vero. Inoltre bisogna capire che è sbagliato considerare gli Aborigeni come un unico gruppo: si tratta di gruppi molto diversi fra loro. Ci sono individui che vivono in povertà nelle zone urbane, altri che vanno all’università; altri ancora si trovano a centinaia di chilometri dalle città e vivono ancora secondo le loro tradizioni, mentre altri non ne conservano più traccia. A me è stato chiesto dalla comunità di Ramingining di raccontare la loro storia. Non ci sono riferimenti al presente, nel film, perché l’epoca che raccontiamo è precedente all’arrivo dell’uomo bianco, o all’influenza di altre culture.

 

Qual è il filo rosso che collega una filmografia così eclettica come la tua?

Rolf de Heer: Per me l’unico filo rosso è forse l’intenzione che siano tutti molto diversi l’uno dall’altro. Se facessi film simili fra loro, non sarei motivato e mi stancherei; facendo film diversi invece mi sento felice e stimolato e posso affrontare le varie difficoltà perché sento che sto imparando qualcosa di nuovo.

 

Ci racconti qualche aneddoto sulla lavorazione del film?

Rolf de Heer: Mentre stavo girando una scena con i due attori che interpretano Ridjimiraril e Birrinbirrin, notai che qualcosa fra loro non funzionava: erano distaccati, poco naturali. Se però chiedevo loro se avevano problemi, mi dicevano di no. Ma qualcosa continuava a non funzionare. Allora li ho lasciati a parlare da soli e sono andato a occuparmi di altro. Quando poi abbiamo riprovato la scena, funzionava benissimo. Questo perché Birrinbirrin proveniva da una zona molto lontana, perciò i due erano inizialmente diffidenti; poi, parlando fra loro, avevano scoperto (o avevano deciso, forse) di avere un parente in comune: ecco che la comunicazione fra loro era divenuta possibile. In un’altra circostanza, non si riusciva a trovare un’attrice sulla trentina per interpretare le seconda moglie di Minygululu. Dopo molti dialoghi con gli uomini della comunità, ho scoperto che loro cercavano una donna che si chiamasse proprio come il personaggio e avesse la sua stessa situazione matrimoniale: e perciò continuavano a propormi una donna di 65 anni o una dodicenne! Senza contare che le attrici avevano paura ad accettare il ruolo perché temevano che poi si sarebbero ritrovate mogli di Minygululu a tutti gli effetti! Ma questo non perché loro non capiscano la differenza fra la realtà e il cinema, ma perché nella loro cosmologia non esiste la concezione di “finzione”: per loro qualsiasi storia che valga la pena di essere raccontata, deve essere per forza una storia vera. E stiamo parlando di persone che poi usano regolarmente Internet per regolare le proprie questioni bancarie…

 

GLI ATTORI ABORIGENI DI “DIECI CANOE”:

 

 

Peter Djigirr (Canoista/Vittima/Guerriero; Co-regista del film)

 

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Peter Djigirr è uno dei membri più importanti della popolazione della Palude di Arafura. È nato nel 1963 nel territorio che circonda Djilpin Gorge. È noto come “uomo coccodrillo” ed è considerato l’esperto locale nella cattura dei coccodrilli e nella localizzazione delle loro uova per la raccolta che ogni anno si tiene nella Palude. La collaborazione di Djigirr come co-regista è stata di importanza vitale durante le riprese. È stato coinvolto nel casting, nella scelta delle location e nella logistica ed è stato il punto di incontro tra la comunità Yolŋu e la troupe balanda.

 

Jamie Gulpilil (Dayindi/Yeeralparil)

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Jamie Gulpilil, 22 anni, è il figlio del grande attore David Gulpilil. Il suo interesse verso la recitazione è iniziato accompagnando suo padre alle riprese cinematografiche e alle premiere dei film. È nato e continua a vivere a Ramingining, nel nord-est della Terra di Arnhem. “Dieci Canoe” è il suo primo ruolo da attore.

Crusoe Kurddal (Ridjimiraril)

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Crusoe Kurddal è il figlio di Crusoe Kuningbal e di Lena Kuriniya, e il fratello di Timothy Wulanjbirr e Owen Yalandja. È noto per le sue grandi sculture mimih (I Mimi o Mimih sono piccoli uomini della mitologia degli Aborigeni Australiani. I Mimi sono così piccoli da non potersi allontanare dai loro rifugi nei giorni di vento, perché ne sarebbero portati via. Si nascondono alla vista degli uomini: appena vengono avvicinati, fuggono a nascondersi nelle crepe fra le rocce; se non ci sono nascondigli, le rocce stesse si aprono per far mettere in salvo i piccoli Mimi. I Mimi sono uno dei soggetti principali nella scultura aborigena.), che sono reminiscenze di quelle che faceva suo padre. Crusoe Kurddal iniziò a creare queste sculture a seguito della morte del padre nel 1984. È anche un perfetto danzatore e ha dato spettacoli di sé in tutta l’Australia e anche oltremare.

“Dieci Canoe” è il primo ruolo da attore di Kurddal. Performer naturale, aveva da sempre voluto diventare un attore. Quando udì che “Dieci Canoe” si stava girando a Ramingining, si avvicinò al regista Rolf de Heer per chiedergli una parte. Dopo aver completamente apprezzato il processo di film-making, Kurddal decise di voler continuare la carriera di attore aspettando con piacere di apparire in altri film in futuro (e non ha aspettato molto visto che è già entrato a far parte del cast del film di Baz Luhrmann dal titolo “Australia”, che adesso è in corso di realizzazione e sarà pronto nel 2008).

 

(Il primo paragrafo è riprodotto con permesso da Maningrida Arts & Culture)

 

Richard Birrinbirrin (Birrinbirrin; Produttore associato del film)

 

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Richard Birrinbirrin è Tesoriere della cooperativa di artisti aborigeni “Bula’bula Arts”, a Ramingining. Un uomo con un acuto intelletto e una conoscenza empirica degli “stili di vita” balanda e yolngu, è un’eccellente ambasciatore per l’“Art Centre”, così come per l’arte aborigena in generale. Birrinbirrin è anche membro esecutivo dell’“ANKAAA” (una tagliente organizzazione di difesa dell’arte indigena). Nato nel 1953 nella missione di Milingimbi, Birrinbirrin fu iniziato sulla spiaggia al di fuori della casa col tetto di lamiera che aveva costruito da solo suo padre (David Malangi). Malangi era anche desideroso che i suoi figli e le sue figlie ricevessero “due vie” (balanda e yolngu) e Birrinbirrin divenne così un operatore sociale di salute mentale nella Clinica di Ramingining per 10 anni. Essendo un leader nelle cerimonie, Birrinbirrin non è nuovo alle rappresentazioni e alla recitazione. Infatti, fece il suo primo debutto nell’ambito delle rappresentazioni pubbliche, nel 2002 a New York. Come accompagnamento all’esibizione “The Native Born”, Birrinbirrin e suo fratello Gulaygulay furono incaricati di rappresentare una cerimonia dada (del fumo). Birrinbirrin ha lavorato a Taipei, Tokyo e Canberra per creare arte pubblica.

Un entusiasta sostenitore di “Dieci Canoe” durante la sua fase di sviluppo, l’entusiasmo e l’assistenza di Birrinbirrin fornì importanti presentazioni dei registi alla comunità di Ramingining.

Birrinbirrin è attualmente (2005) un ricevitore di una concessione dell’Australia Council per New Work e un ambasciatore che ha viaggiato molto per la “Bula’bula Arts Aboriginal Corporation”.

 

(tratto da: http://www.tencanoes.com.au/tencanoes/tribe.htm)