Spike Lee Connection n°2: “School Daze” (Aule Turbolente)

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Wake up, ladies and gentleman! La sveglia di Spike Lee torna a suonare nella “Spike Lee connection” e in questo suo secondo lungometraggio ufficiale: “School daze”, nella versione del titolo italiano “Aule Turbolente”. In periodi in cui si parla fino alla nausea di bullismo nelle scuole italiane (con la sola conseguenza di amplificare il fenomeno innescando tristissimi meccanismi di emulazione), è simpatico imbattersi in una pellicola che affronti la realtà per noi lontanissima e a tratti ignota di quello che succede nei college universitari americani. Il college in questione, il glorioso Mission College, per di più è un college che ospita esclusivamente studenti di colore. Al suo interno proliferano sul terreno della goliardia pura opposte fazioni e clan, confraternite studentesche e movimenti di protesta politica. Con tutte le mitologie annesse e connesse, riti di iniziazione e nonnismi assortiti. Su due sponde opposte del terreno di battaglia si collocano da un lato un giovanissimo Laurence Fishburne, impegnato leader di un movimento che si batte contro l’apartheid in Sud Africa, dall’altro Giancarlo Esposito, bizzarro e occhialuto personaggio simile ad un Groucho coloured, parlantina sciolta e metodi da vero capo studentesco. Nel primo si incarna la posizione quasi integralista di quei neri d’America fieri ed orgogliosi della loro “africanità” originaria, tanto da predicare un ritorno nel corpo e nello spirito alle radici della Grande Madre Africa. Nel secondo troviamo di contro rappresentata la tipologia di nero più propenso a “tradire” la sua pelle scura pur di raggiungere una qualche forma di integrazione razziale con gli yankees, anche a costo di rinunciare a qualcosa in termini di identità culturale e appartenenza.

 

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Spike Lee dimostra di conoscere a fondo le dinamiche interne alla comunità afroamericana e mette in mostra in questo modo le contraddizioni e le forme di “razzismo” latenti dentro la sua stessa gente. Nel bel finale le rigide posizioni ideologiche dei due protagonisti verranno abbandonate in favore di una sorta di ritrovata unità: unica base di partenza valida per costruire un cammino di integrazione sereno e condiviso, e per non smarrire per strada preziosi legami con le tradizioni dei padri.

 

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Film interessante nei contenuti ma parecchio deludente sotto molti altri aspetti. Innanzitutto la scelta (direi infelice) di inserire nel film un numero abbastanza cospicuo di momenti musicali che spaziano con disinvoltura dal funky al confidential, passando per il balletto coreografato stile anni ’50. Alcuni critici si sono spinti nel definire questo film un musical, il primo musical diretto da un regista di colore. A mio avviso sarebbe più giusto considerarlo una specie di commedia musicale. Credo di aver contato al massimo 5 o 6 momenti musicali, peraltro (e questa è la cosa che più lascia perplessi) molto poco integrati con il resto della narrazione. Detto ciò, certo cominciano ad affacciarsi anche alcuni significativi spunti di denuncia sociale. Spunti e tematiche che diventeranno poi predominanti nel prosieguo della carriera del regista Spike Lee (qui anche impegnato nelle vesti di attore, in un ruolo da simpatico comprimario), già dal film successivo, l’acclamato “Do the right thing”. Quello che tuttavia convince di meno in questo film è  la quasi totale assenza di una vera e propria storia alla sua base, di una trama che coinvolga e tenga desta l’attenzione dello spettatore fino in fondo. La pellicola purtroppo si perde un po’ tra balletti, numeri musicali, simpatiche scenette goliardiche e qualche raro (e nemmeno ben esplicitato) momento di riflessione. Anche i personaggi principali finiscono per non riuscire ad assumere una identità chiara, quasi ridotti a stereotipi poco o per nulla caratterizzati nella loro dimensione psicologica individuale. Peccato perché le potenzialità recitative dei due protagonisti sembravano davvero buone, e anche l’idea di fondo poteva essere sviluppata molto meglio. Una occasione mancata per il buon Spike quindi. Non devono aver poi certamente giovato all’economia complessiva del film anche i numerosi tagli (più di venti minuti nel complesso) imposti dalla produzione al momento della distribuzione. Forse ne sarebbe venuto fuori un film diverso. Forse migliore, o forse no [Pickpocket].

 

Voto personale (Pickpocket): 6

Voto personale (Okram20): 7–