Il capraiese: un dialetto estinto

Un aspetto interessante della cultura dell’Isola di Capraia nell’Arcipelago Toscano è rappresentato dal peculiare dialetto che vi si parlava fino a tempi recenti: affine alla lingua corsa (a causa della forte vicinanza geografica, storica e culturale fra le due isole) più che al toscano (anche se occorre precisare che la stessa lingua corsa, specie la variante centro-settentrionale, viene classificata dai dialettologi come appartenente ai dialetti toscani o quanomeno influenzata storicamente dal toscano medievale), subì per secoli l’influenza anche della lingua ligure arricchendosi di una quantità di prestiti lessicali e di componenti morfologiche e sintattiche di tale origine. Il dialetto capraiese si estinse nel corso del XX secolo in seguito al rinnovo della popolazione dell’isola: quella di ceppo locale venne infatti progressivamente sostituita da immigrati, in gran parte familiari dei dipendenti della colonia penale, che finirono per diventare la maggioranza senza assimilare le consuetudini linguistiche dei vecchi abitatori.

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Esempio di dialetto capraiese:

I passatempi

Sigghi natu a Capraia e g’hagghi passatu li mégghiu anni di la me ghiuvinézza. Ricordu quandu èrami zitèlli chi le nosse ma’ ci mandèvani da ssòli a fa’ u bagnu. Allóra la piagghia ère piena di réna, senza scógghi né rocce e ci stève in mare dill’òre finu a quandu paunazzi da u freddu po’ ci andèvami a rivòrtule in quella réna bullènte da u sole. Po’ l’urtimu ciuttu pe’ levacci la réna attaccata a la pella e riturnèvamì in casa chi u sole ère ghià calatu, a l’ora di cena. Quandu fève bugghiu a no’zitèlli ci mandèvani a fa’ granchi, cu la lusa, chi ci vulèvani pe’ annésche l’ami pe’ pèsche. Ne ricugghièvami a mandilate piene po’ in casa li mettivami in de un sacchéttu chiòsu in cusina. Una matìna chi c’èrami orzati chi ère sempre bugghiu, quandu simmi andati a pigghie u sacchéttu ère vòtu e li granchi ghirèvani pe’ ttutte le càmmare e c’è vulutu più di mezz’ora a ricugghiàli tutti.

Trad. del passo in italiano

I passatempi

Sono nato a Capraia e vi ho passato gli anni migliori della mia giovinezza. Ricordo, quando eravamo ragazzi, che le nostre mamme ci mandavano da soli a fare il bagno. Allora la spiaggia era piena di sabbia, senza scogli né rocce e si stava in mare delle ore fino a quando, paonazzi dal freddo poi ci andavamo a rotolare in quella sabbia bollente dal sole. Poi l’ultimo tuffo per levarci la sabbia attaccata alla pelle e ritornavamo a casa che il sole era già calato, all’ora di cena. Quando faceva buio noi ragazzi ci mandavano a fare granchi, con la luce, che serviva per mettere l’esca agli ami per pescare. Ne raccoglievamo in quantità poi in casa li mettevamo in un sacchetto chiuso in cucina. Una mattina in cui ci eravamo alzati che era ancora buio, quando siamo andati a prendere il sacchetto era vuoto e i granchi giravano per tutte le camere e c’è voluta più di mezz’ora per raccoglierli tutti.

 

Il video mostra l’Isola di Capraia e i suoi abitanti.

Il dialetto foggiano (Fuggiànë)

Per dialetto foggiano si intende la variante della lingua latina parlata a Foggia a partire dalla fondazione della città, risalente al secolo XI fino ad oggi. Rientra nei dialetti pugliesi settentrionali a loro volta connessi al gruppo del meridionale intermedio (laziale-meridionale, campano, abruzzese, molisano, pugliese settentrionale, lucano).

Parlato in: Italia, provincia di Foggia e in parte del Molise meridionale.

Numero dei parlanti: 160.000 cittadini più migliaia di emigrati nel mondo.

Classifica: non nelle prime 100.

Filogenesi: Lingue indoeuropee; Italiche; Romanze; Meridionale intermedio (Napoletano); Dialetti pugliesi settentrionali; Foggiano.

Storia:

Il foggiano può essere considerato come una varietà dialettale appartenente ai dialetti pugliesi settentrionali e che ha subito una forte influenza da parte del napoletano. Quest’influenza è avvenuta storicamente soprattutto durante la permanenza della “Regia Dogana della Mena delle Pecore di Foggia”, istituita dagli Aragonesi nel 1447 e soppressa durante l’occupazione francese del Regno di Napoli nel 1806, a causa del forte afflusso di pastori dall’Abruzzo e dalla Campania. L’abolizione della Dogana con la cessione dei terreni del Tavoliere ai privati segnò progressivamente la fine della transumanza, mentre già erano stati ceduti i terreni dei conventi. Questi episodi generarono un mutamento linguistico parallelo alla crisi della città che solo cominciò a riprendersi con il primo Novecento proiettandosi linguisticamente verso la Puglia anche se sopravvivono forme abruzzesi e napoletane. Le prime sono testimoniate dal tipo: u si per u sajë cioè ‘lo sai’, le seconde dal persistere delle forme del tipo: jamë ‘andiamo’ opposte al tipo barese sciamë che giunge fino a Carapelle, alle porte della città. Tullio De Mauro, nella sua “Storia linguistica dell’Italia Unita” parla di una città precocemente italianizzata. Sull’argomento si veda. Nando Romano, “Sull’ètimo di Foggia”, Foggia, 1986 e Idem, “I segreti delle vie di Foggia. La dogana antica”, Foggia, 1998.

Cenni di fonetica:

Non è possibile trascrivere il dialetto di Foggia con i segni dell’italiano in quanto l’italiano dispone di sette suoni vocalici mentre il dialetto di Foggia riconosce ben quattordici vocali compresi gli allofoni (useremo ë per “schwa“, vocale muta). Il dialetto di Foggia riconosce il suo vocalismo nel sistema vocalico latino più diffuso, comune al gruppo di partenza, ossia un gruppo proto-romanzo di sette vocali in cui gli esiti di I ed O brevi si uniscono con quelli di I ed O lunga, dato comune all’italiano. Per cui voci come neve, dal latino NIVEM, e voci come seta, dal latino SETA, conservano uno stesso esito vocalico come in italiano. Mentre gallina (GALLINA) esita in i. Per fare un esempio contrastivo, in siciliano si ha: gaddhina, nivi, sita. Così i tipi UVA, NUCEM, HORA, che in siciliano passano ad u, mentre in italiano e toscano si basano su una u ed una o chiusa. Differentemente dal toscano il foggiano è contrassegnato da una complessa metafonia, ossia l’influenza delle vocali finali sulla tonica, per cui si dice purkë (PORCUS) opposto a pòrkë (PORCA), in tal modo la metafonia viene utilizzata per opporre maschile e femminile, singolare e plurale ed infine per le persone dei verbi (vèvë, vivë per bevo, bevi). E tuttavia Foggia conosce, come i dialetti pugliesi settentrionali altre alterazioni vocaliche, a seconda se la vocale latina si trovi in sillaba aperta e chiusa: u vindë (VENTUM) con e breve, e apèrtë (APERTA) che si oppone al maschile apirtë con metafonia (APERTO). Lo schwa, o vocale muta, domina il panorama vocalico, ancorché atono, nella voce fëmmënèllë è presente per ben tre volte in una sola parola. Una ultima particolarità: non chiedete ai foggiani di pronunziare una è o una o chiusa. Nel pur ricco inventario vocalico del dialetto foggiano non esistono questi suoni, qualificandosi la è di rètë (RETE), come una turbata anteriore colorata da una leggera procheilia (avanzamento delle labbra), mentre la o chiusa come una turbata posteriore aprocheila, es.: a rotë (ROTA), italiano ruota. Così come è alterata la procheilia della u di uvë (UVA), e della semicentrale i di gallinë che i giovani pronunziano come una e chiusissima. Sicché il dialetto foggiano dispone di tre i e tre u: es: gallinë (semicentrale) gallinë (e chiusissima) littë (letto) i molto chiuso, e uvë, già descritto, fukë (fuoco) u molto chiuso, brottë (brutto) o chiusissima. Il consonantismo invece mostra fatti connessi all’area come la sonorizzazione delle sorde post-nasali, per cui le consonanti occlusive sorde p, t, k, passano a b, d, k, dopo la nasale tipo: dendë (dente), kumbagnë (compagno), angorë (ancora) ed anche ns passa a nz (non zo). Fra i fenomeni sintattici notevole l’accusativo alla greca (a facciastortë: colei dalla faccia storta) o l’accusativo con preposizione ma solo nel caso di oggetto animato (e vist’a MMarië? Hai visto Mario?) che sta prendendo piede anche in italiano (Nando Romano). Un altro fenomeno importante nella pronuncia delle parlate foggiane è la conservazione del gruppo consonantico –ll– (galle pergallo, cavalle per cavallo) che nel resto della Puglia diventa –dd– (gadde, cavadde). Sul piano morfologico il foggiano è caratterizzato dalla presenza del condizionale, che non troviamo invece negli altri dialetti pugliesi, come sì magnarríe, nel foggiano, equivale a mangerei, sarríe a sarei.

tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Dialetto_foggiano (scritto dal dialettologo e scrittore Nando Romano) e da “Puglia” di Alberto A. Sobrero e Immacolata Tempesta, Editori Laterza, 2002.

Esempio di dialetto foggiano (tratto dal ridoppiaggio del “Gladiatore” in foggiano):