Il “fondamentalismo” del sesso: analisi critica (antropologica) di Mila Busoni

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Porre la questione dei rapporti sesso-genere è affrontare il problema della naturalità delle differenze tra sessi/generi, e in particolare analizzare l’assunto secondo il quale il dimorfismo dei sessi/generi sta nella natura stessa: nel sesso in quanto “dato” biologico-naturale.

Un primo insieme di osservazioni verte proprio sull’esame della concezione che afferma il carattere biologico del sesso e della differenza tra sessi. E’ un nodo importante, visto che questa concezione ha ripreso vigore negli ultimi due decenni ad opera dell’approccio socio-biologico, che ha lavorato nella direzione di reperire i fondamenti scientifici su cui costruire la sua teoria (Wilson, 1975). Secondo i suoi sostenitori, il dimorfismo è imputabile alla natura e comporta simultaneamente differenze naturali e socio-culturali tra la femmina e il maschio umani, in ogni tempo e luogo [1].

In questa concettualizzazione dei sessi, propria ad esempio alle società occidentali, sesso precede genere ed è l’antecedente fondativo della differenza. Genere e sesso stanno in rapporto di omologia, e il modello di sessualità umana che ne risulta è quello eterosessuale (Mathieu, 1991b). Eventuali variazioni e inadeguatezze sono comunque ricondotte al dimorfismo e all’eterosessualità – vedi la norma inuit che regola i passaggi di genere al momento dell’adolescenza ma anche, nella nostra società, la definizione dell’omosessualità come devianza e anormalità.

Alcuni studi si sono concentrati sui fondamenti teorici e metodologici della ricerca condotta nel settore delle determinanti del sesso (Peyre, Wiels, Fonton, 1991; Hood-Williams, 1996). Stando a queste analisi, i risultati della ricerca in biologia e biologia molecolare non negano che esistano delle differenze tra individui, ma inducono a pensare che queste differenze non siano riconducibili a due categorie distinte. La differenziazione fisiologica si colloca a più livelli, non solo a quello degli “eterocromosomi” sessuali (X e Y); inoltre, si comincia a mettere in dubbio che sia lo sviluppo delle gonadi, femminili o maschili, a dare l’avvio alla differenziazione degli organi sessuali (Peyre, Wiels, Fonton, 1991).

Nel campo della determinazione fisiologica del sesso, la questione che ha dominato su tutte le altre è la seguente: qual è, di che tipo è il segnale lanciato alle gonadi embrionali perché si sviluppino in ovaie o testicoli. E comunque, l’obiettivo comune a tutta la ricerca condotta su questi problemi è quello di trovare il meccanismo che consente di differenziare il sesso maschile nel corso dello sviluppo embrionale. Pertanto, sono stati di volta in volta isolati e indicati vari elementi (il cromosoma Y, l’antigene HY, i geni ZFY e SRY) come il gene o la molecola TDF (Testis Determining Factor), vale a dire il fattore che determina lo sviluppo dei testicoli [2]. In questa ricerca del “santo graal” (l’entità che alla fine sarebbe responsabile del vero sesso), la donna è sempre assente, è l’altro non definito [3] (Hood-Williams, 1996).

Tuttavia, non è stato possibile accertare con sicurezza nessuno degli elementi presi in considerazione. Nessuna di queste ricerche è riuscita nell’intento di identificare il preteso unico fattore. Riguardo alle determinanti dei sesso una conclusione è comunque evidente: l’ottica dei ricercatori è da correggere, poiché non si può arribuire la differenziazione sessuale ad un solo responsabile. Tale differenziazione sarebbe «il risultato di una successione di numerosi eventi, agenti in modo coordinato e regolantisi reciprocamente» (Peyre, Wiels, Fonton, 1991, p. 33). L’idea che un unico fattore determini il sesso è correlata a quella che esista un confine netto tra i sessi: ma le ricerche in questo campo mettono in luce come non vi sia affatto un’umanità ripartita in due gruppi distinti, quanto piuttosto una continuità pressoché assoluta di esseri umani, in cui la formula cromosomica muta da un punto all’altro di una scala graduale, con una serie di variazioni (che la scienza tende a definire “varianti patologiche”) [4].

Dunque, la ricerca ci consegna uno schema tutt’altro che definitivo per quanto riguarda la differenza sessuale. Nelle gare olimpiche, ad esempio, la teoria cromosomica introdotta alla fine degli anni Sessanta come test per accertare il sesso di atleti e atlete ha causato non pochi imbarazzi e incertezze, provocando espulsioni soprattutto di donne dalle squadre (Hood-Williams, 1996; Laqueur, 1992).

Un approfondimento sulle modalità con cui si opera in queste ricerche mette in luce altri elementi. Ad esempio, nei test si trovò che alcuni uomini possedevano una formula cromosomica xx; tali persone vennero definite “maschi inusuali”. Questa definizione è di per sé la testimonianza di un ragionamento tautologico (Hood-Williams, 1996). Nel campo biologico, infatti, xx significa che si è in presenza di un essere umano femminile: ma allora, sulla base di quali considerazioni queste persone vennero definite maschi? Di fatto, bisogna ammettere che gli scienziati già sapevano cos’è un uomo prima ancora che venissero effettuati i test genetici, i quali non potevano che confermare una visione preconcetta e convenzionale: «Il meccanismo è circolare: si cerca di fondare nel sesso ciò che è già stato definito nel genere» (ivi, p. 11). Le variazioni dalla “norma” dell’apparato riproduttivo di queste persone (ad esempio assenza di cellule germinali) non furono prese in considerazione; furono definiti maschi per l’aspetto esterno dei loro genitali. E ancora, i tipi sessuali “anormali” erano (e sono) definiti tali sulla base della comparazione con i fenotipi femininili e maschili; e se con fenotipo si definiscono le proprietà osservabili di un organismo, in ultima analisi la normalità o anormalità «dipende dalle percezioni del genetista» (ivi, p. 13). E’ facile capire quanto queste percezioni possano essere influenzate dai costrutti ideologici, politici, religiosi e di genere propri a ciascuno di noi. Così, appartenenza ad una categoria di sesso e definizione di inusualità erano ambedue fondate su criteri diversi da quelli della genetica — la genetica veniva verificata sulla base di criteri esterni ad essa.

Le teorie genetiche, in apparenza la punta di diamante della scienza più avanzata e sofisticata, sono radicate nell’ideologia e dipendenti da essa quanto i sistemi di gender reperibili nelle varie società. Alle medesime conclusioni si arriva nell’analisi delle procedure sulla determinazione del sesso e delle tecniche di intervento sui neonati intersessuati, cioè di quegli esseri umani che alla nascita presentano organi sessuali esterni non chiaramente definiti né come maschili nè come femminili [5]. Anche in questo caso, ciò che i medici decidono dipende da fattori culturali, più che biologici. Come scrive Suzanne Kessler (5996), «i membri delle équipe [sic] mediche seguono pratiche standard nel trattamento dell’intersessualità che in ultima analisi si basano su concezioni culturali di genere». Le decisioni dei medici riguardo alla (ri)costruzione dcl sesso, ad esempio per i bambini nati con caratteristiche sessuali e riproduttive sia maschili che femminili, rivelano che (ivi, pp. 95-6)

 

i medici sono irrimediabilmente convinti ed insistono sul fatto che il femminile e il maschile siano le uniche due possibilità “naturali”. Questo paradosso mette in luce e chiama in causa l’idea secondo cui il femminile e il maschile sono dati biologici che impongono una cultura composta solo di due generi.

 

Il paradosso di avere di fronte un essere umano con date caratteristiche e negare la sua qualità “naturale” è evidentemente un prodotto culturale, e scompare se si tiene conto delle strutture socio-culturali di genere. Da questo punto di vista il paradosso non c’è più: i generi infatti sono due, solo due e ben distinti, conformemente all’ottica dimorfica ed eterosessuale delle nostre società occidentali [6].

Seguendo una teoria di genere accettata in questo settore medico, la condizione di intersessualità è considerata dagli operatori qualcosa che bisogna risolvere il più rapidamente possibile. Questo si fa adattando il genere e i bambini, materie malleabili, a ciò che i genitori e i medici “hanno deciso” che l’essere umano debba essere (o femmina o maschio). Talvolta i genitori, che alla nascita vogliono sapere il sesso del neonato (per la scelta di un nome, per comunicarlo ai parenti), vengono mal informati da medici poco consapevoli del problema che hanno di fronte, i quali si pronunciano su un determinato sesso; succede allora che questi genitori allevino il bambino secondo una “mezza” idea di ciò che è, e questo nonostante il parere degli specialisti che intervengono in un secondo momento. Secondo le parole di un urologo, intervistato da Kessler: «Una volta che è stato annunciato, hai tra le mani un problema grosso […]. Una delle cose peggiori è consentire [ai genitori] di andare avanti e di scegliere un nome, di dirlo a tutti, quando poi salta fuori che il bambino deve essere allevato nel sesso opposto» (Kessler, 1996, p. 100).

Dal momento che si attribuisce un genere, tutto ciò che accade in seguito (come il neonato verrà educato, quali relazioni e condizioni sociali sperimenterà) non fa che rafforzare questa prima attribuzione, Così, accade che talvolta i medici preferiscano evitare un disagio psicologico ad un bambino che numerosi e sofisticati test (tra cui quelli cromosomici) indicano come maschio attribuendogli invece un sesso femminile, secondo considerazioni di tipo psicologico e relazionale come le seguenti: «se può essere difficile per un maschio adulto avere un pene molto più piccolo della media, è davvero dannoso per il morale di un ragazzino avere un micropene. Nel primo caso può essere in gioco la virilità dei maschio, ma nel secondo potrebbe essere in gioco proprio la sua mascolinità essenziale» (ivi, p. 102) [7]. A questi bambini verranno somministrati ormoni del sesso che si è deciso per loro (nel caso appena descritto, quello femminile).

Ciò dimostra che, nella determinazione del sesso/genere, conta meno la formula cromosomica di quanto conti la lunghezza del pene. Vale a dire che, come anche l’analisi della ricerca genetica mette in luce (Peyre, Wiels, Fonton, 1991; Hood-Williams, 1996), la definizione di “maschio” non dipende dalla determinazione dei cromosomi attraverso i test (e cioè dall’accertamento della condizione genetica in cui un essere umano si trova) quanto piuttosto dall’aspetto esterno, dalla «condizione estetica di chi possiede un pene della misura giusta» (Kessler, 1996, p. 103). Sia le ricerche genetiche che la pratica medica sulla determinazione dell’intersessualità ci mostrano come il sesso maschile sia al centro dell’interesse e dei criteri nella valutazione e determinazione del sesso; ma ancora più propriamente, l’oggetto di questo interesse sono gli organi sessuali maschili esterni, considerati da un punto di vista strettamente di genere e in un’ottica di “ideale” morfologico.

In conclusione, la differenza sessuale si dimostra essere qualcosa di diverso da un “dato” naturale, o, in altri termini, il sesso non può essere assunto come base per una teoria della differenza naturale. Lo stesso dato naturale è qualcosa di ben più complesso di quanto le scienze biologiche facciano apparire nelle loro analisi, e riescano ad immaginare; sia sesso che genere sono relazioni sociali che hanno solo tenui connessioni con l’anatomia. Il sesso “biologico” è anch’esso una costruzione sociale.

Note:

[1] Sebbene si pongano in un’ottica scientista, i sociobiologi hanno elaborato gran parte delle loro teorie a partire da miti concernenti il matriarcato o il patriarcato (Tanner, 1981).

[2] Il cromosoma Y è detto “eterogametico”, considerando la formula XY del maschio umano una specializzazione rispetto alla formula “normale” XX della femmina umana. Ma in altre specie animali accade l’inverso, come negli uccelli, in cui sono le femmine ad essere eterogametiche. La ricerca ha anche mostrato come esistano individui maschi con organi genitali normali aventi una formula cromosomica XX, e individui femmine con cromosomi XY. Esiste un gran numero di persone che non possiede la formula cromosomica standard – in Francia almeno 120.000 donne e altrettanti uomini (Peyre, Wiels, Fonton, 1991)

[3] In molte società, l’essere umano maschile è un “di più” da fabbricare rispetto alla “datità” o un di meno di quello femminile (Salomon, 1998) – cfr. ad esempio i Kanaki e i Sambia, in questo stesso volume.

[4] La sterilità è considerata una malattia, ad esempio. Ma le persone che si trovano in quella situazione, e che sono molto numerose, non sono “anormali”, né tantomeno malate. La loro anormalità deriva unicamente dall’ottica bipartita che viene adottata dalla scienza per descriverle.

[5] Suzanne Kessler comprende nella definizione di intersessualità sia i veri casi, cioè quelli in cui i neonati hanno contemporaneamente tessuto ovarico e testicolare (meno del 5% di tutti i casi di ambiguità genitale), sia quelli più comuni in cui i neonati hanno o le ovaie o i testicoli, ma i genitali esterni sono ambigui (Kessler, 1996).

[6] L’intersessuazione pone il problema dell’esistenza di un terzo sesso, che si tradurrebbe nell’eventualità di un terzo genere – quest’ultima evenienza è sostenuta anche da molti appartenenti a movimenti e gruppi gay. La questione è molto dibattuta, ma resta del tutto aperta, con posizioni abbastanza distanti. Su terzo sesso e genere, cfr. Herdt (1994b).

[7] In altri contesti, lo specialista John Money ha sostenuto invece di essere contrario all’amputazione del pene nei bambini XX, poiché essi potrebbero, in tempi successivi, «sviluppare un comportamento da maschiaccio, anche quando sono allevati come femmine» (Money, 1974, cit. in Kessler, 1996, p. 110). È evidente qui il giudizio negativo sul comportamento aggressivo e vivace, definito da maschiaccio, quando si presenta nelle bambine – cosa che si tende a sanzionare e reprimere.

(tratto da: “Genere, sesso, cultura” di Mila Busoni, Carocci Editore, Roma, 2000)

“Ambiguità del dono” di Marco Aime

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Marco Aime

 

         Nel novembre del 2000 padre Alex Zanotelli, missionario comboniano da anni impegnato ad aiutare i poveri nella baraccopoli di Korogocho, alla periferia di Nairobi, rifiutò i 500 milioni del premio «Feltrinelli», assegnatogli dall’Accademia dei Lincei, suscitando scandalo e indignazione presso molti che pure stanno dalla parte dei deboli come lui. «I poveri non hanno bisogno di carità, ma di modifiche strutturali», sostenne. Con quella presa di posizione provocatoria, Zanotelli ha smascherato l’ambiguità che talvolta si cela dietro il dono o meglio, dietro a un certo tipo di dono.

 

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Alex Zanotelli

 

            Quando regaliamo qualcosa a qualcuno, compiamo un atto personalizzato. Regaleremo, probabilmente, qualcosa che ci fa piacere regalare, ma tenendo presenti i gusti e la personalità del destinatario. Pertanto, in quel dono ci sarà qualcosa di noi e qualcosa di chi lo riceverà, perché in fondo gli oggetti sono ricettacoli di identità 1.

Accade però che nella nostra società si presentino occasioni di donare in modo spersonalizzato o generalizzato. Sappiamo che il nostro sistema economico è alla base di notevoli diseguaglianze, sia all’interno della nostra stessa società sia nei confronti di quei milioni di individui che abitano il cosiddetto Sud del mondo. Spesso, per «riparare», almeno in parte, le fratture causate dall’economia, si finisce per chiedere aiuto allo Stato o alle numerose associazioni di volontariato e di carità che caratterizzano la nostra società. Il dono della carità, istituzionalizzato tramite tali enti organizzati, non è più un dono al prossimo, cioè al vicino, a qualcuno che conosciamo, ma diventa un dono finalizzato a lenire tutte le sofferenze in generale. Al soggetto singolo del destinatario si sostituisce una categoria (poveri, affamati, affetti da determinate malattie, colpiti da catastrofi) più o meno vasta e quanto mai anonima. Questo tipo di dono diventa un atto che lega soggetti astratti: un donatore che ama l’umanità e un destinatario che incarna la miseria del mondo 2.

Prendiamo il caso della beneficenza televisiva e delle varie maratone che la sostengono. Nella sua spettacolarizzazione, rappresenta uno dei tratti distintivi recenti della nostra epoca. Si tratta di una tipica forma di dono generalizzato, che non prevede un controdono in beni materiali. Se un beneficio per il donatore c’è, sarà semmai di tipo interiore. Si tratta di una sorta di riconversione. Il donatore non offre qualcosa di veramente suo, non sceglie un oggetto che rappresenti in qualche modo il rapporto tra lui e il destinatario. Il donatore offre del denaro, suo come appartenenza materiale ed economica, ma non «suo» in quanto segnato da un rapporto affettivo unico (se c’è affetto o attaccamento, è per il denaro in genere, non per «quel» denaro). D’altra parte, nemmeno conosce il destinatario, né si aspetta da lui che ricambi il dono ricevuto. Il «dono generalizzato» è una ruota che gira. Si dà non a qualcuno ma alla società e si sa che si riceverà 3.

Si fa quindi la carità per aiutare i poveri del mondo, gli affamati, gli ammalati, ma la carità, avverte Mauss, «ferisce chi la riceve», è umiliante. Umiliante, perché chi riceve non può restituire. Il circolo virtuoso identificato da Mauss si spezza. Al triangolo donare-ricevere-contraccambiare viene a mancare un lato, l’ultimo. Questo «buco» dà vita a gerarchie sociali ed economiche che si trasformano inevitabilmente in rapporti di forza e trasforma il ricevente in debitore impotente.

 

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Marcel Mauss

 

Se la carità, in quanto dono indifferenziato, non prevede un dono di ritorno, anche perché non è indirizzata a un particolare destinatario, è allora davvero disinteressata. Nulla è meno gratuito del dono, sostiene Mauss. Il problema sta ancora una volta nella colonizzazione del nostro immaginario da parte del pensiero utilitarista, che ci fa sembrare un «nulla» ciò che invece è importante. Non siamo solo e sempre «economicisti», tesi a massimizzare i nostri guadagni materiali. Come sostiene anche il Premio Nobel per l’economia Amartya Sen, pure nel capitalismo c’è una forte componente morale 4 e lo stesso Adam Smith, divenuto ormai un abusato profeta del libero mercato, non ha solo scritto Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni, ma è stato anche autore di Teoria dei sentimenti morali.

La carità assolve un ruolo di medicamento dell’anima, gratifica chi la fa e gli mette il cuore in pace. L’indignazione di padre Zanotelli allora non appare più un gesto provocatorio dettato dall’irruenza tipica del personaggio, ma una chiara denuncia dell’ambiguità che talvolta si nasconde dietro la generosità di chi, magari anche in buona fede, dona. Salvo poi, come nel caso in questione, avallare leggi le quali, mettendo in ginocchio le economie di certi paesi, diventano una delle cause di quella povertà che poi si vuole lenire con il dono 5.

Il dono, abbiamo visto, costruisce legami e pertanto getta le basi della società, ma la sua esasperazione può arrivare a mettere in moto un processo opposto. L’obbligo di restituire è uno degli atti fondamentali del dono e il dono concede una certa libertà rispetto all’arco di tempo impiegato per restituire e all’entità del controdono. È però vero che un ritardo eccessivo o un dono di molto inferiore a quello ricevuto suscitano disagio e generano un’asimmetria nel rapporto. Siamo soliti dire «basta il pensiero», ma, ammettiamolo, è una forma di sottile ipocrisia, perché in fondo ci aspettiamo non una parità matematica, ma almeno un pari impegno (economico o morale) da parte dei nostri partner. Da collante sociale il dono può allora trasformarsi in arma di distruzione. I due donatori diventano antagonisti e in certi casi potranno arrivare a utilizzare il dono per colpire, umiliare, distruggere il rivale.

È il caso dei potlatch (vasta gamma di attività cerimoniali fondate sul dono che si svolgevano tra gli Indiani della Costa di Nord-ovest del Pacifico, n.d.b. = nota del blogger!), che tanto colpirono Marcel Mauss. Questi rituali di distruzione, dove i protagonisti facevano a gara a chi riusciva a offrire di più, accrescendo così il proprio prestigio a scapito dei contendenti, possono essere considerati una forma estrema di dono utilizzato non per creare legami, ma per spezzarne o incrinarne altri. Non a caso Georges Bataille chiama dono di rivalità l’atto ostentatorio che è al centro del potlatch. Per Bataille, il «valore di scambio del dono» deriva dal fatto che il beneficiario, se vuole cancellare l’umiliazione inflittagli dal donatore, deve accettare la sfida e assumersi l’obbligo di rispondere con un dono più importante, vale a dire restituire a usura 6.

 

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Potlatch

 

Se il potlatch significa esagerazione, sovrabbondanza, spreco finalizzati ad acquisire più prestigio dell’altro, ritroviamo alcuni tratti simili in certi nostri banchetti nuziali, dove il cibo è quasi sempre in quantità superiore a quanto viene poi mangiato. Ma non è forse vero che da un pranzo di nozze più parco ed essenziale gli invitati uscirebbero brontolando, comparando quel pranzo con altri a cui hanno partecipato (magari con quello offerto da loro stessi) e muovendo critiche e accuse di tirchieria agli sposi? Anche qui il dono si fa antagonista e implica pertanto competizione.

C’è però una differenza tra l’ostentazione del potlatch e quella dei banchetti e delle abbuffate. Entrambi sono degli «sprechi», è vero. Ma nel primo caso si accumula per distruggere, nel secondo per consumare. Nell’abbondanza conviviale e nelle bisbocce quel che si cerca è l’eccesso nel consumo. La distruzione, al contrario, sottrae le cose alla distribuzione e quindi anche al consumo. Nel potlatch, infatti, il potere è «il potere di perdere» dei beni, che sancisce l’onore. Tale potere è però l’opposto dell’obbligo di donare e di rendere 7.

Note:

1 R. GUIDIERI, «Saggio sul prestito», in Voci da Babele, Guida, Napoli 1990, p. 61.

2 M. GODELIER, L’enigme du don, Fayard, Paris 1996, p. 12.

3 J. T. GODBOUT, Il linguaggio del dono, Bollati Boringhieri, Torino 1998, p. 40.

4 A. SEN, La ricchezza della ragione. Denaro, valori, identità, il Mulino, Bologna 2000, p. 5

5 In particolare, Zanotelli faceva riferimento alla legge europea che consente di produrre cioccolato con una minima quantità di cacao. Una decisione che ha messo fortemente in crisi paesi africani e mesoamericani la cui economia si basava proprio su quella produzione.

6 G. BATAILLE, La parte maledetta, Bertani, Verona 1972, p. 112.

7 R. GUIDIERI, 1990 cit., pp. 42-45.

(tratto dall’introduzione di Marco Aime dal titolo “Da Mauss al MAUSS” all’opera di Marcel Mauss “Saggio sul dono. Forma e motivo dello scambio nelle società arcaiche”, Piccola Biblioteca Einaudi, 2002, pp. XVI-XX.)