“Fight on” di Peter Tosh: per un’Africa libera!

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Africa has got to be free

CHORUS
Fight on brothers, fight on
Fight on and free your land
Fight on sisters, fight on
Fight on and free your fellow man

Africa has got to be free
By 1983
Come on make us see
Brothers fight on

CHORUS

You have paid your dues
And you have nothing to lose
And that is always my views
You’ve got to fight on

CHORUS

‘Cause if Africa is not free
Then we all will be
Back in shackles you see
My brothers fight on

CHORUS

Brothers of scorn in exile
For such, such a long while
Vasis him too vile
Brothers fight on

CHORUS

We need majority rule
Scimit and vasta is too cruel
Early morning dew
Fight on

CHORUS

Fight on and free yourself
Fight on and free the land
Fight on and free your fellow man

Spike Lee Connection n°3: “Do The Right Thing” (Fa’ la cosa giusta)

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New York, la Grande Mela. Crogiuolo di colori e suoni. Babele di lingue e dialetti. Bomba inesplosa di dissonanze, conflitti, tensioni, violenze. Brace di odio razziale che arde sotto la calura di un’estate torrida e implacabile: quando l’atmosfera è satura di esplosivo una piccola scintilla può determinare deflagrazioni improvvise e devastanti. Vetrine in frantumi, lunghi coltelli, legge della giungla: il tempo della mediazione è finito, o meglio non è mai cominciato. Perché la realtà, sulle rive dell’Hudson, non è che un’Eterna illusione di integrazione travestita da american dream. Sui muri dei palazzi di Harlem i graffiti di un meltin’ pot ribollente di rabbia urlano la loro presenza. Lungo le strade di Brooklyn e sui volti delle persone, le tracce di un grande calderone di etnie condannate all’umiliazione del ghetto, alla degradazione del quartiere “contenitore”, alla compartimentazione stagna. Enclosures in perenne conflitto con ogni forma di diversità/alterità concepibile. Mangiaspaghetti contro culi neri, portoricani contro occhi a mandorla, padri contro figli, fratelli contro fratelli. Guai a violare questi confini, odiosi ma necessari confini. Saltare oltre il muro che divide può essere pericoloso, terribilmente pericoloso. Come fare la cosa giusta. Ma nel momento e nel posto sbagliato.

 

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Terza regia di Spike Lee, “Fa’ la cosa giusta” è considerato unanimemente il capolavoro e la vetta artistica di tutto il cinema del regista afro-americano. Rappresentò per la filmografia di Spike Lee anche una decisiva svolta verso tematiche di impegno civile e rivendicazione sociale. Grande film: intelligente, articolato (ricorda il cinema corale e polifonico di Robert Altman nella sua costruzione a mosaico) eppure compatto (si fonda quasi interamente su una ammirevole unità di tempo e di luogo), intenso. Ben scritto (nomination all’Oscar per Lee per la miglior sceneggiatura originale), ben girato e soprattutto sostenuto da un cast straordinario. Grandissima la presenza di Ossie Davis, figura leggendaria del cinema underground americano, qui nell’unico ruolo veramente positivo di tutto il film: un ponte ideale tra passato, presente e futuro il suo “Major”, una necessaria figura di sintesi ritagliata in un contesto dominato da scismi e divisioni. Splendide anche le interpretazioni di Danny Aiello, John Turturro e Samuel L. Jackson (il suo conduttore radiofonico può fare invidia al mitico Robin Williams di “Goodmorning Vietnam”). Indimenticabile il personaggio di Radio Raheem: le sue nocche, i suoi love and hate, la sua radio, i suoi occhi. Ottimo e trascinante l’intero sottofondo musicale, che coniuga le partiture originali jazzate composte dal padre di Spike, Bill Lee, con una serie di grandissime hit della black-music, a cominciare dalla travolgente “Fight the power” dei Public Enemy con cui si apre il film. Finale controverso ed amaro. Nelle parole di Martin Luther King e di Malcolm X la ricerca di una via alternativa alla violenza e alla discriminazione: ricerca difficilissima, ma drammaticamente necessaria [Pickpocket].

 

 

Voto personale (Pickpocket): ****1/2

Voto personale (Okram20): 9

 

 

Spike Lee Connection n°2: “School Daze” (Aule Turbolente)

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Wake up, ladies and gentleman! La sveglia di Spike Lee torna a suonare nella “Spike Lee connection” e in questo suo secondo lungometraggio ufficiale: “School daze”, nella versione del titolo italiano “Aule Turbolente”. In periodi in cui si parla fino alla nausea di bullismo nelle scuole italiane (con la sola conseguenza di amplificare il fenomeno innescando tristissimi meccanismi di emulazione), è simpatico imbattersi in una pellicola che affronti la realtà per noi lontanissima e a tratti ignota di quello che succede nei college universitari americani. Il college in questione, il glorioso Mission College, per di più è un college che ospita esclusivamente studenti di colore. Al suo interno proliferano sul terreno della goliardia pura opposte fazioni e clan, confraternite studentesche e movimenti di protesta politica. Con tutte le mitologie annesse e connesse, riti di iniziazione e nonnismi assortiti. Su due sponde opposte del terreno di battaglia si collocano da un lato un giovanissimo Laurence Fishburne, impegnato leader di un movimento che si batte contro l’apartheid in Sud Africa, dall’altro Giancarlo Esposito, bizzarro e occhialuto personaggio simile ad un Groucho coloured, parlantina sciolta e metodi da vero capo studentesco. Nel primo si incarna la posizione quasi integralista di quei neri d’America fieri ed orgogliosi della loro “africanità” originaria, tanto da predicare un ritorno nel corpo e nello spirito alle radici della Grande Madre Africa. Nel secondo troviamo di contro rappresentata la tipologia di nero più propenso a “tradire” la sua pelle scura pur di raggiungere una qualche forma di integrazione razziale con gli yankees, anche a costo di rinunciare a qualcosa in termini di identità culturale e appartenenza.

 

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Spike Lee dimostra di conoscere a fondo le dinamiche interne alla comunità afroamericana e mette in mostra in questo modo le contraddizioni e le forme di “razzismo” latenti dentro la sua stessa gente. Nel bel finale le rigide posizioni ideologiche dei due protagonisti verranno abbandonate in favore di una sorta di ritrovata unità: unica base di partenza valida per costruire un cammino di integrazione sereno e condiviso, e per non smarrire per strada preziosi legami con le tradizioni dei padri.

 

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Film interessante nei contenuti ma parecchio deludente sotto molti altri aspetti. Innanzitutto la scelta (direi infelice) di inserire nel film un numero abbastanza cospicuo di momenti musicali che spaziano con disinvoltura dal funky al confidential, passando per il balletto coreografato stile anni ’50. Alcuni critici si sono spinti nel definire questo film un musical, il primo musical diretto da un regista di colore. A mio avviso sarebbe più giusto considerarlo una specie di commedia musicale. Credo di aver contato al massimo 5 o 6 momenti musicali, peraltro (e questa è la cosa che più lascia perplessi) molto poco integrati con il resto della narrazione. Detto ciò, certo cominciano ad affacciarsi anche alcuni significativi spunti di denuncia sociale. Spunti e tematiche che diventeranno poi predominanti nel prosieguo della carriera del regista Spike Lee (qui anche impegnato nelle vesti di attore, in un ruolo da simpatico comprimario), già dal film successivo, l’acclamato “Do the right thing”. Quello che tuttavia convince di meno in questo film è  la quasi totale assenza di una vera e propria storia alla sua base, di una trama che coinvolga e tenga desta l’attenzione dello spettatore fino in fondo. La pellicola purtroppo si perde un po’ tra balletti, numeri musicali, simpatiche scenette goliardiche e qualche raro (e nemmeno ben esplicitato) momento di riflessione. Anche i personaggi principali finiscono per non riuscire ad assumere una identità chiara, quasi ridotti a stereotipi poco o per nulla caratterizzati nella loro dimensione psicologica individuale. Peccato perché le potenzialità recitative dei due protagonisti sembravano davvero buone, e anche l’idea di fondo poteva essere sviluppata molto meglio. Una occasione mancata per il buon Spike quindi. Non devono aver poi certamente giovato all’economia complessiva del film anche i numerosi tagli (più di venti minuti nel complesso) imposti dalla produzione al momento della distribuzione. Forse ne sarebbe venuto fuori un film diverso. Forse migliore, o forse no [Pickpocket].

 

Voto personale (Pickpocket): 6

Voto personale (Okram20): 7–

 

 

 

Spike Lee Connection n° 1: “Lola Darling”

Inauguro con questo post una serie di recensioni cinematografiche che avranno per tema la cinematografia del primo Spike Lee, impegnato e brillante regista afro-americano, scritte dal caro amico e cinefilo Pickpocket (http://cinedrome.splinder.com/). Il primo film della serie è “Lola Darling” del 1986 (sebbene nell’originale si chiami Nola e non Lola!), considerato il vero lungometraggio d’esordio del regista afro-statunitense, in quanto “Joe’s Bed-Stuy Barbershop: We Cut Heads” fu concepito come saggio di laurea. E’ un film davvero brillante e “sperimentale” e infatti ha vinto il “Prix de la Jeunesse” al Festival di Cannes del 1986, rivelando il talento di Spike Lee.

 

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Lola Darling: giovane, bella, intelligente. E nera. Nella Manhattan di fine anni ’80 intrattiene rapporti con tre giovani dalle diversissime personalità e con un’amica lesbica. Jamie è colui che le ispira più fiducia, la figura paterna sempre sfuggitale di mano, l’uomo a cui si sente più affettivamente legata e su cui sente di poter contare. Mars (Spike Lee) è un ragazzotto occhialuto e divertente, che riesce sempre a strapparle un sorriso con le sue storielle assurde. Greer è il perfetto dongiovanni, muscoloso e impomatato, esperto nell’ars amatoria e dai gusti raffinati. E infine Opal, l’amica “sversa” (come viene biecamente definita nel doppiaggio italiano), che cercherà di convincerla a sperimentare un rapporto omoerotico, sempre con scarso successo. Disorientata e confusa, Lola si immerge sotto le lenzuola di una vita sessuale intensissima, ai limiti della sessuomania. Le singole figure dei tre uomini nel suo immaginario erotico-sentimentale vanno a comporre una specie di identità unica (“un mostro con tre teste, sei braccia, sei gambe e tre cazzi”), una summa dei pregi di ognuno di loro, la costruzione fittizia di un uomo perfetto e quindi inarrivabile. Ma ce dell’altro: in Lola la ricerca del compagno di vita ideale si estende anche ad una ricerca “del sé”, del proprio posto nel mondo, di una qualche forma di coesione collettiva e di rapporto con gli altri. Nel suo talamo woo-doo, illuminato dalla luce di una moltitudine di candele (moltitudine di uomini), si compone e decompone, attraverso ripetuti atti sessuali, anche la difficile ricerca di una dimensione “sociale” del vivere. Ogni amplesso di Lola è quindi un passo verso la compiutezza identitaria: meta difficile da raggiungere quando si deve fare i conti con i vicoli angusti del Ghetto ed i cromosomi sessuali recitano la formula “XX”. 

 

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E’ il primo vero lungometraggio diretto da Spike Lee, girato nel 1986. Lee, appena uscito dalla scuola di cinema, con questo “She’s gotta have it”, presentato con buon successo di critica anche al festival di Cannes, si impose come una significativa novità nel panorama del cinema americano di quegli anni. Alcuni tra i pregi e difetti del film nascono dalla evidente volontà del regista di riprendere o omaggiare diversi suoi autori di riferimento. Innanzitutto la scelta di girare in bianco e nero, motivata dallo stesso Lee come omaggio alla fotografia di “Toro Scatenato”. Il tono leggero, l’ambientazione newyorkese e la ricostruzione da film-inchiesta (con i personaggi che guardano in macchina e dialogano con lo spettatore) non possono non ricordare poi la commedia Alleniana (da “Io ed Annie” a “Zelig”). Il taglio realista, da “istantanea di strada” mi ha poi riportato alla mente certe sequenze dell’indimenticabile “Shadows” cassavettesiano, film che di certo Spike Lee avrà visto e idolatrato. Non mancano poi diversi momenti originali, guizzi creativi che non ti aspetteresti da un regista che ha la nomea di “impegnato” come Spike Lee. Del resto trattasi del suo primo film, per certi versi quasi sperimentale, sicuramente quello in cui Lee ha giocato di più con la macchina da presa. Belle le sequenza erotiche, costruite attraverso una serie di dettagli “anatomici” fotografati in un bianco e nero contrastatissimo. Interessante l’uso di fotografie all’inizio e alla fine del film (a dare un senso di cinema profondamente radicato nel reale), come anche l’estrema variabilità nelle posizioni della macchina da presa. Nel prosieguo del suo percorso artistico Spike avrebbe poi un pochino messo da parte la ricercatezza formale per concentrarsi maggiormente sul messaggio, dando ai suoi film quel tono da cinema militante e “di denuncia” che lo avrebbe fatto apprezzare da molti. Bella colonna sonora dalle linee jazzate composta dal padre di Spike Lee, nel film il padre di Lola.

 

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Piacevole, divertente, originale nell’uso del linguaggio filmico, leggero ed ironico nel tocco, lascia intravedere quella profondità di contenuto che sarà sviluppata da Spike Lee nelle sue opere successive. Commedia alleniana all-Black ed in bianco e nero, colorata attraverso le “lenti” di un grande cineasta.

 

Voto personale (Pickpocket): 8

Voto personale (Okram20): 81/2

 

 

 

 

E per finire vi lascio con una serie di curiosità che riguardano il film (tratte da: http://it.wikipedia.org/wiki/Lola_Darling):

 

 

1) Le fotografie che si vedono all’inizio del film furono scattate da David Lee, fratello di Spike. L’idea di inserire le fotografie nel film venne al regista dopo aver visto “Koyaanisqatsi”, diretto da Godfrey Reggio nel 1983. Lee rimase molto colpito dal modo in cui il film raccontava una storia senza dialoghi, e decise di aprire il suo film con le fotografie scattate dal fratello.

 

2) Per ridurre i costi, Lee offrì alcuni ruoli ad amici e parenti: alla sorella Joie diede la parte della migliore amica di Nola, Clorinda. Il padre, Bill, interpretò il ruolo del padre di Nola e compose la colonna sonora.

 

3) Lee decise di girare il film in bianco e nero (tranne la breve sequenza del balletto) dopo aver visto più volte “Toro scatenato”, diretto da Martin Scorsese nel 1980. L’idea fu del direttore della fotografia Ernest Dickerson.

 

4) Tra le ispirazioni avute per il film Lee ha dichiarato anche “Fino all’ultimo respiro”, diretto da Jean-Luc Godard nel 1959, “Stranger Than Paradise”, diretto da Jim Jarmush nel 1980 e soprattutto “Rashomon”, diretto da Akira Kurosawa nel 1950, per i personaggi che si rivolgono direttamente alla macchina da presa ed esprimono le proprie opinioni e il loro punto di vista su Nola.

 

5) I critici cinematografici accolsero il film con alcune riserve. Il “New York Times” criticò l’effetto visivo, ma per la trama ebbe parole di lode: «Escludendo che non è stata data la giusta attenzione agli aspetti visivi, la vicenda ha qualcosa di classico». Inoltre definì Spike Lee «il Woody Allen nero». Il “Washington Post” sostenne invece che Lola Darling era un buon film, ma inadatto al circuito commerciale. Altri critici accusarono Lee di aver proposto un personaggio femminile superficiale. Ma il regista rispose così: «Lola Darling non avrebbe mai potuto rappresentare tutte le donne afroamericane. Era solo un individuo, una donna in particolare». L’unica scena a colori del film, quella in cui Jamie porta Nola al parco e le mostra un balletto organizzato apposta per lei, fu molto criticata. I critici non giudicarono la fotografia all’altezza del resto del film.

 

6) Il regista rimase sorpreso quando, la sera della prima, proiettò il film presso l’Università di New York e tutti risero. «La cosa mi spiazzò molto, perché non credevo di aver fatto un film per cui la gente dovesse ridere così tanto».

 

7) Il pubblico afroamericano, soprattutto quello femminile, reagì con entusiasmo, poiché il film parlava delle loro vite, in maniera diversa dagli stereotipi hollywoodiani. Va ricordato che, fino a quel momento, un film statunitense che narrava di una donna afroamericana indipendente e forte si era visto solo nel genere blaxploitation e ne “Il colore viola”, diretto da Steven Spielberg nel 1985, dove la protagonista è una donna afroamericana, interpretata da Whoopi Goldberg.

 

8) Il titolo originale del film, She’s Gotta Have It , fece parlare molto i critici afro-americani: il termine gotta, infatti è tipico dello slang degli afroamericani di Brooklyn. Il termine esatto è She must have it, o She’s got to have it. Inoltre il titolo originale ammicca al pubblico dei film erotici: have it, “deve averlo”.

 

9) Il personaggio di Mars Blackmon, interpretato dallo stesso regista, è divenuto un’icona, grazie ai successivi spot sulle scarpe Air Jordan della Nike diretti sempre da Lee. Nei video che seguono potete apprezzarli:

 

 

Ebony and Ivory (by Stevie Wonder & Paul McCartney)

Ebony and ivory live together in perfect harmony
Side by side on my piano keyboard, oh lord, why don’t we?
We all know that people are the same where ever we go
There is good and bad in ev’ryone,
We learn to live, we learn to give
Each other what we need to survive together alive.

Ebony and ivory live together in perfect harmony
Side by side on my piano keyboard, oh Lord why dont we?

Ebony, ivory living in perfect harmony
Ebony, ivory, ooh

We all know that people are the same where ever we go
There is good and bad in ev’ryone,
We learn to live, we learn to give
Each other what we need to survive together alive.

Ebony and ivory live together in perfect harmony
Side by side on my piano keyboard, oh Lord why dont we?

Ebony, ivory living in perfect harmony (repeat and fade)

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Ebano e Avorio:

Ebano e Avorio vivono insieme in Perfetta Armonia
fianco a fianco sulla tastiera del mio piano, Oh Signore, perchè non vediamo?
Noi tutti sappiamo che le persone sono le stesse ovunque noi andiamo
c’è Bene e Male in ognuno,
Impariamo a vivere,
impariamo a donare l’un l’altro quello di cui abbiamo bisogno per sopravvivere assieme

Ebano e Avorio vivono insieme in Perfetta Armonia
fianco a fianco sulla tastiera del mio piano, Oh Signore, perchè non vediamo?

Ebano, Avorio vivono in Perfetta Armonia
Ebano, Avorio

Noi tutti sappiamo che le persone sono le stesse ovunque noi andiamo
c’è Bene e Male in ognuno,
Impariamo a vivere,
(quando) impariamo a donare l’un l’altro quello di cui abbiamo bisogno per sopravvivere assieme

Ebano e Avorio vivono insieme in perfetta armonia
fianco a fianco sulla tastiera del mio piano, Oh Signore, perchè non vediamo?

Ebano, Avorio vivono in Perfetta Armonia.

“Woman Work”: omaggio a Maya Angelou

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Woman Work

I’ve got the children to tend
The clothes to mend
The floor to mop
The food to shop
Then the chicken to fry
The baby to dry
I got company to feed
The garden to weed
I’ve got shirts to press
The tots to dress
The can to be cut
I gotta clean up this hut
Then see about the sick
And the cotton to pick.

Shine on me, sunshine
Rain on me, rain
Fall softly, dewdrops
And cool my brow again.

Storm, blow me from here
With your fiercest wind
Let me float across the sky
‘Til I can rest again.

Fall gently, snowflakes
Cover me with white
Cold icy kisses and
Let me rest tonight.

Sun, rain, curving sky
Mountain, oceans, leaf and stone
Star shine, moon glow
You’re all that I can call my own.

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Lavoro di Donna

(traduzione dall’inglese di Okram)

Io ho i bambini da accudire
I vestiti da rammendare
Il pavimento da lavare con lo straccio

Il cibo da comprare
Poi il pollo da friggere
Il bambino da asciugare
Io ho gli ospiti da nutrire
Il giardino da sarchiare
Io ho le camicie da stirare
I minuzzoli (bambini) da vestire
La scatola di latta da tagliare

Io devo fare pulizia in questo tugurio
Poi occuparmi dell’ammalato
E il cotone da raccogliere.

 

 

Splendi su di me, luce del sole
Piovi su di me, pioggia
Cadete dolcemente, gocce di rugiada
E raffreddate la mia fronte di nuovo. 

 

 

Tempesta, spingimi con un soffio via da qui
Con il tuo vento furiosissimo
Lasciami fluttuare per tutto il cielo
Finché possa riposare di nuovo.

 

 

Cadete delicatamente, fiocchi di neve
Copritemi con bianchi
Freddi ghiacciati baci e
Lasciatemi riposare stanotte.

 

 

Sole, pioggia, cielo ricurvo
Montagna, oceani, foglia e pietra
Luce delle stelle, ardore della luna
Voi siete tutto quello che io posso chiamare mio.

“April Rain Song” di J. Langston Hughes

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April Rain Song

Let the rain kiss you
Let the rain beat upon your head with silver liquid drops
Let the rain sing you a lullaby
The rain makes still pools on the sidewalk
The rain makes running pools in the gutter
The rain plays a little sleep song on our roof at night
And I love the rain.

Canto della Pioggia d’Aprile

 

(traduzione dall’inglese di Okram)

 

Lascia che la pioggia ti baci

Lascia che la pioggia batta sopra la tua testa con liquide gocce d’argento

Lascia che la pioggia ti canti una ninnananna

La pioggia crea quiete pozzanghere sul marciapiede

La pioggia crea pozzanghere che scorrono nella grondaia

La pioggia canta una piccola canzone per dormire sul nostro tetto di notte

E io amo la pioggia.

 

 

 

Gli atleti neri (in particolare gli afro-americani) sono geneticamente più veloci degli atleti bianchi o asiatici?

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Asafa Powell (a sinistra) e Justin Gatlin (a destra), sono neri e
sono gli uomini più veloci della terra nei 100 m (9.77 sec).

Molti scienziati ritengono che la superiorità degli atleti di colore abbia origini biologiche. Altri dicono: è solo una questione psicologica. La dominazione degli atleti neri è impressionante. Nel 1960, il tedesco Armin Hary stabilì il nuovo record del mondo sui 100 metri, correndo in 10,0 secondi. Da allora, la soglia dei 10 secondi è stata infranta centinaia di volte. Mai da un bianco. Lo stesso quadro sconfortante, dal punto di vista dei bianchi, si ripropone nelle distanze più lunghe. È vero che Pietro Mennea ha stabilito nel 1979 un record del mondo dei 200 metri che è resistito per 17 anni, è vero che Sebastian Coe e Steve Ovett hanno duellato a lungo ai vertici del mezzofondo, ma da un po’ di tempo i 100 metri fino alla maratona sono saldamente in mano ad atleti di origine africana. Sir Roger Bannister, eminente neurologo britannico e primo uomo a correre il miglio sotto i quattro minuti, in una conferenza del 1995 disse ciò che molti pensavano, ma pochi osavano esprimere ad alta voce. Disse di essere pronto a passare per politicamente incorretto, parlando «dell’evidente ma trascurato dato di fatto che gli sprinter neri, e in generale tutti gli atleti neri, hanno alcuni vantaggi anatomici naturali.». I presenti credettero di aver capito male. La dominazione degli sportivi di pelle scura nella corsa, nella boxe, negli sport di squadra come il basket e il football americano era stata liquidata finora con la comoda spiegazione che per i neri lo sport rappresenta spesso l’unica possibilità di elevazione sociale. Ma sostenere pubblicamente l’esistenza di differenze più profonde del colore della pelle era inammissibile. Aldilà di queste considerazioni: Bannister non potrebbe avere comunque ragione? Potrebbero davvero esserci minori chances biologiche per gli atleti bianchi?

 

Combinazione di caratteristiche:

de2ad72120dacd1a2a3d7c4b30df3c7d.jpgGli scienziati si interessano da anni alle prestazioni superiori degli africani, in particolare al miracolo del podismo keniano. Se consideriamo i migliori venti di tutti i tempi nelle distanze dagli 800 metri alla maratona, più della metà viene dal Kenya. Dipende dagli elevati altopiani del loro paese, dalla loro alimentazione, oppure dal fatto che molti bambini ogni giorno corrono letteralmente a scuola per chilometri? Tutte queste spiegazioni sembrano insufficienti. Bengt Saltin e i suoi colleghi del Centro di ricerca muscolare di Copenhagen hanno scoperto che nel sangue dei keniani si accumula meno acido lattico che negli atleti bianchi nel corso di uno sforzo prolungato. La concentrazione di acido lattico è un parametro critico: se è troppo alta cala la prestazione. Questo risultato può spiegare perché i keniani riescano a resistere meglio allo sfinimento, ma non è chiaro se dipenda dall’allenamento o dal patrimonio genetico. Saltin al riguardo ha dichiarato alla rivista Science: «Credo che siano i geni.». I podisti keniani di punta, inoltre, bruciano meno ossigeno degli europei per compiere lo stesso sforzo. Sono più efficienti nella corsa. La ragione non risiede nella loro struttura muscolare, ma in quella corporea, secondo Henrik Larsen del Centro di ricerca muscolare di Copenhagen. In effetti i keniani sono più leggeri dei bianchi, e le loro gambe sono più lunghe e sottili. Il movimento delle gambe consuma molta energia, e se sono più leggere sono anche più “economiche”. Gli esperti sono convinti che la dominazione dei keniani sia dovuta a una combinazione di struttura corporea con una grande capacità di resistenza e di prestazione. Mentre gli africani dell’est spadroneggiano nelle distanze lunghe, gli atleti con radici nell’Africa occidentale – come la maggior parte dei neri statunitensi – dominano lo sprint. Gli africani dell’ovest pesano in media 30 kg in più di quelli dell’est, grazie a una massa muscolare più imponente. Inoltre, possiedono una proporzione maggiore di fibre veloci di tipo II nei confronti dei keniani. Ci sono diversi tipi di fibre muscolari: quelle di tipo I sono lente e resistenti e sono aerobiche, ossia hanno bisogno dell’ossigeno. Quelle di tipo II si contraggono più velocemente e possono ricavare energia anche da processi non aerobici. Le fibre di tipo IIa sono mediamente veloci, mentre le IIb sono superveloci. Prevedibilmente, negli sprinter predominano le fibre di tipo II e negli sportivi di resistenza quelle di tipo I. Ma la struttura delle fibre muscolari non riesce a spiegare le vittorie africane. Nonostante il dominio incontrastato degli sprinter neri, i loro muscoli non si differenziano di molto da quelli dei bianchi, salvo per un lieve aumento delle fibre di tipo IIa. La proporzione delle fibre IIb, quelle superveloci, è identica nei due gruppi. E mentre prima si riteneva che i maratoneti avessero una percentuale di fibre lente vicina all’80 per cento, nuovi studi dimostrano che le cose non stanno così. Secondo Kathryn Myburgh dell’Università di Stellenbosch in Sudafrica, il motivo di tale contraddizione potrebbe essere che «anche la maratona richiede una velocità elevata, se si vuole ottenere una prestazione di alto livello». Il keniano Paul Tergat, nella sua maratona da record mondiale, ha corso ogni chilometro dei 42,195 previsti in meno di tre minuti. Ultimamente i ricercatori si sono buttati nell’analisi del genoma per scoprire il vantaggio decisivo, quello che distingue il campione dal resto del gruppo. Attualmente non si conoscono ancora veri geni “atletici”, ma scienziati australiani hanno identificato un gene, dell’alfa-actinina-3, particolarmente attivo nelle fibre muscolari veloci. Una variante di questo gene si riscontra spesso negli sprinter.

L’influsso della psiche

Tutto sommato, le ragioni biologiche per il predominio dell’Africa orientale od occidentale nella corsa non si sono ancora trovate. E c’è chi dubita che si troveranno mai. La storia dello sport è caratterizzata da nette dominazioni regionali cicliche. Per esempio, i podisti scandinavi nel primo Novecento schiantavano ogni concorrenza tra i 5000 e i 10000 metri. Ai tempi i nordici erano reputati imbattibili. Gli esperti sostengono di non sottovalutare il vantaggio psicologico derivato da tali pregiudizi. Secondo loro, finché gli africani godranno della nomea di insuperabili sarà dura cercare di batterli.

(da http://ilcobra.blog.excite.it/permalink/176795)

VELOCISTI DI COLORE AMERICANI E VELOCISTI BIANCHI IN ATLETICA LEGGERA: DIFFERENZE NELLE PRESTAZIONI

Introduzione:

Nelle gare di velocità, in incontri internazionali di Atletica Leggera, si nota sempre una prevalente presenza di atleti di razza nera rispetto alla bianca. In particolare, alle Olimpiadi o ai Campionati del Mondo, capita spesso di vedere otto finalisti su otto tutti di colore e gli attuali detentori dei migliori tempi sulle distanze dei m. 100, 200, 400 e delle corse a ostacoli, sia nel settore maschile che femminile, sono neri.
Evidentemente c’è qualche caratteristica legata alla razza che determina questa superiorità molto netta. Si è cercato di scoprire quale potesse essere tale caratteristica e si sono date alcune risposte.
Alcuni hanno ritenuto che la superiorità dei neri fosse dovuta alla migliore qualità del fenotipo come risultato di una severa selezione naturale verificatasi, soprattutto negli americani, per superare le avverse condizioni di vita durante il periodo della schiavitù. Altri l’hanno attribuita ad un forte desiderio di rivalsa nei confronti dei bianchi, che ha motivato questi soggetti ad allenarsi e a competere con più grinta. Altri ritengono che i neri cerchino in quest’attività una fonte economicamente molto remunerativa. Per cui, mossa da forti aspettative, vi si dedica una grande massa di praticanti dalla quale emergono, attraverso una severa selezione, finalisti di altissimo valore. Da un punto di vista medico si è trovata, nei muscoli degli atleti neri, una prevalenza di fibre bianche veloci, mentre, nei bianchi, prevalgono le rosse, resistenti. Ma noi sappiamo che le diverse forme di allenamento possono anche condizionare la caratterizzazione del tipo di fibre (1) per cui questa potrebbe essere una componente non genetica.
Tutte le suddette motivazioni non hanno trovato, quindi, un supporto scientifico e si resta pertanto nel campo delle ipotesi.

Differenze nelle performances velocistiche nei bianchi e nei neri:

Il presente lavoro si propone di percorrere una strada diversa, cercando nelle caratteristiche anatomiche le ragioni che potrebbero essere alla base della superiorità della razza nera rispetto alla bianca. In particolare, rivolgeremo la nostra attenzione alla lordosi lombare e, più specificatamente, alla inclinazione del bacino che appare più accentuata nella razza nera.
Sull’argomento esiste un solo studio comparativo su soggetti bianchi e neri di sesso femminile, effettuato nel 1988 da Mosner, Bryan, Stull e Shippee (2), dal quale, nei due gruppi, risultano valori analoghi della lordosi lombare misurata tra 2° e 5° vertebra lombare e tra 2° e sacro. Ma si può obiettare che, se i neri avessero, costituzionalmente, una cifosi fisiologica che, per compenso, arrivasse fino alla 2° o 3° lombare o oltre, il valore della loro lordosi risulterebbe nella norma, pur avendo un sacro più inclinato.
Questa eventualità è illustrata nella figura 1 in cui si vedono due lordosi lombari misurate, seguendo il criterio di Mosner e coll., tra 2° lombare e sacro, entrambe di 48° ma, con angoli lombo-sacrali molto diversi.

Figura 1

Infatti una, con una curva lordotica estesa a tutte le vertebre lombari, ha un angolo lombo-sacrale, misurato tra 4° lombare e sacro, di 24° e l’altra, con un’ estensione della cifosi dorsale fino alla 3° lombare, ha un angolo lombo-sacrale di 42°. Questa seconda tipologia avrebbe potuto mascherare, nello studio di Mosner e coll., la presenza di una iperlordosi localizzata alle ultime vertebre lombari e al sacro. Tale possibilità è ipotizzata dalle affermazioni degli stessi autori i quali hanno riscontrato una “clinica impressione che i neri abbiano una lordosi più accentuata”. Tale impressione clinica ha trovato conferma nella misurazione, effettuata sempre da Mosner e coll., della sporgenza dei glutei consistente nella distanza tra il punto più saliente e un piano frontale passante per i grandi trocanteri, distanza che è risultata maggiore nelle nere di cm. 5,2.
Questo è un dato statistico scientificamente provato e che dimostra come ci sia una differenza anatomica tra le due razze.
Le osservazioni citate hanno richiamato la nostra attenzione e ci sono servite come base per estendere le nostre osservazioni in diverse e complementari direzioni.
Esaminiamo, adesso, alcuni principi di biomeccanica partendo dall’analisi della macchina motoria di animali notoriamente veloci alla quale sarà confrontata la macchina umana.
La corsa è uno spostamento rapido sul suolo, ottenuto, nell’uomo e negli animali bipedi, tramite l’azione degli arti inferiori. Nei quadrupedi si effettua mediante l’azione degli arti posteriori, in sinergia con gli arti anteriori, che hanno però un compito prevalentemente di sostegno e non dinamico (3). In tutti i casi la spinta propulsiva principale è a carico dei muscoli estensori dell’anca. Secondo i principi della fisiologia, condizione importante per un ottimale rendimento dei muscoli è che questi siano adeguatamente allungati prima della contrazione (4), sia per ottenere una restituzione di energia elastica (5) che, dal momento che la corsa massima di un muscolo non supera la metà della lunghezza iniziale delle sue fibre contrattili (6), per disporre di un itinerario più lungo (7). Per un altro principio basilare di biomeccanica, il muscolo esprime la sua massima forza quando la direzione del vettore della forza è perpendicolare alla leva mossa (8).
Nei quadrupedi si realizzano tutte queste condizioni favorevoli (9). Questi hanno infatti il bacino e quindi gli ischi a 90° rispetto al femore (10-11-12) (figure: 2, 3 e 4). Pertanto i glutei si trovano preventivamente allungati e il vettore della forza degli ischio-crurali (bicipite femorale, semimembranoso e semitendinoso) risulta perpendicolare rispetto all’asse degli ischi.
Il loro rendimento è ottimale nell’azione propulsiva della corsa (13-14). Il Ghepardo può raggiungere, addirittura, i 114 km/h (15).

Figura 2 Cavallo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Figura 3 Cane

Figura 4 Gatto

Negli animali bipedi le cose stanno pressappoco nello stesso modo (figura 5). Lo struzzo, all’età di un mese, raggiunge i 70 km/h .

Figura 5 Animali bipedi

Nell’uomo, invece, la situazione è diversa. La sua velocità massima è di 37.08 km/h. Si ritiene che all’origine sia stato quadrupede e che, nell’assumere la stazione eretta, abbia sistemato il bacino quasi in linea col femore, a circa 12° dalla verticale (figura 6) in una posizione svantaggiosa ai fini della corsa. Egli ha infatti ridotto la lunghezza degli ischio-crurali e messo i glutei in completo rilasciamento. Muscoli, questi ultimi, che nella corsa sono indispensabili e giocano un ruolo di primo piano. Inoltre, ha posto in tensione i muscoli flessori della coscia e i legamenti anteriori, instaurando, così, forti resistenze al movimento di estensione. Per ottenere un ottimale allungamento degli estensori dell’anca, prima della contrazione, dovrebbe portare il femore in posizione flessa a 120°. A questo livello gli ischio-crurali sono allungati del 50% e i glutei, per alcune fibre, del 100%.
Esaminiamo quello che avviene, invece, durante la corsa veloce (figura 6). Nel momento in cui l’arto inferiore prende contatto col suolo, il femore si trova a circa 23° dalla verticale e a 35° dall’ischio. Il gluteo, quindi, non è adeguatamente allungato e gli ischio-crurali, oltre ad essere scarsamente allungati, iniziano la contrazione con il vettore della forza a molto meno di 90° dal braccio di leva costituito dall’osso ischiatico e proseguono fino a quando, nel momento in cui l’arto inferiore abbandona il suolo percorrendo un angolo di 37°, il femore arriva a -2° (figura 6), compiendo, quindi, questo, l’intero itinerario con angoli di lavoro sempre più svantaggiosi (figura 6). Inoltre, i muscoli flessori ed i legamenti, in particolare il legamento di Bertin, entrano subito in tensione e cominciano presto ad offrire una resistenza progressiva all’escursione dell’anca, ostacolando così il lavoro degli estensori. Supponiamo, adesso, che il bacino basculi in avanti di 10° raggiungendo i 22° dalla verticale (figura 7). Avremo la seguente situazione: Il femore prenderà sempre contatto con il suolo a 23° dalla verticale ma si troverà a 45° dall’ischio. Percorrerà sempre un arco di 37° ma terminerà la corsa a 8° dall’ischio.


 

Figura 6 α = angolo di inclinazione del bacino rispetto alla verticale
Figura 7 β = angolo di inclinazione del bacino rispetto alla verticale

In questo secondo caso i muscoli deputati alla propulsione, trovandosi, all’inizio dell’azione, in una condizione di maggiore allungamento, potranno produrre una contrazione più efficace. Inoltre, terminando l’azione a 8° dall’ischio anziché superarlo, come avvenuto nel caso precedente, i muscoli flessori e i legamenti offriranno una resistenza minore all’estensione della coscia. Appare chiaro, quindi, come un bacino più basculato in avanti offra evidenti vantaggi rispetto ad un bacino normalmente inclinato. Abbiamo notato in quasi tutti i grandi velocisti di colore una maggiore inclinazione del bacino in avanti, come si nota nelle figure 8-8 bis, 9-9 bis, 10, 11, 12 e 13:

Figura 8 Maurice Green        Figura 9 Michael Johnson

Figura 10 Carl Lewis

Fig. 8 bis                          9 Bis

Figura 11 W. Torrence                      Figura 12 Marlene Ottey

Figura 13 Florence Griffith

Rispetto agli atleti bianchi anche di altissimo livello: figure 14, 15 e 16.

Figura 14 Stefano Tilli                        Figura 15 Valery Borzov

Figura 16 Pietro Mennea

Nella dinamica della corsa in genere, ma soprattutto della corsa veloce, in cui tutti i meccanismi sono spinti verso valori estremi, si verificano altri fenomeni di adattamento tesi al raggiungimento di “optimals” funzionali. In particolare, il bacino, preventivamente inclinato, come abbiamo visto, tenderebbe a ritornare nella posizione anatomica iniziale sotto le violente sollecitazioni degli estensori dell’anca. L’azione di questi muscoli verrebbe, in tal modo, distribuita per ottenere, in parte, la propulsione in avanti del corridore e, in parte la retroversione del bacino. Per avere una condizione funzionale favorevole, è indispensabile bloccare il bacino per offrire un punto d’inserzione fisso agli estensori dell’anca. Ed è quello che si verifica durante la corsa veloce mediante meccanismi automatici di compensazione. Si nota, infatti, un aumento della sporgenza dei glutei e un’accentuazione della lordosi lombare. Tale fenomeno viene verosimilmente prodotto dall’ intervento dei flessori dell’ anca, in particolare ileo-psoas, retto femorale, sartorio, tensore della fascia lata, pettineo, medio adduttore, retto interno e i fasci più anteriori del piccolo e medio gluteo e dagli estensori della colonna vertebrale della regione lombare. Quanto descritto si nota con maggiore evidenza soprattutto in due momenti cruciali dello sforzo. Il primo coincide con l’appoggio dell’arto avanzato. In questa fase è fondamentale allungare, per i motivi esposti prima, i muscoli estensori dell’anca e l’antiversione del bacino assolve a questo compito. Inoltre, la contrazione dei muscoli lordosizzanti determina una prima importante stabilizzazione del bacino che diventa così un punto fisso d’inserzione dei muscoli estensori (figure 17 e 19).

Figura 19 Appoggio Sinistro       Figura 17 Appoggio Destro

Figura 18 Fase di Volo

Il secondo momento coincide con la massima estensione dell’anca all’atto della fase conclusiva della spinta. In questo momento, infatti, i legamenti dell’anca raggiungono il massimo grado di stiramento e si oppongono alla sua ulteriore estensione. Nello stesso tempo, i muscoli estensori si sono accorciati e vanno verso un ulteriore accorciamento, pertanto non possono proseguire nella loro azione. Dai fotogrammi possiamo rilevare come, anche in questo momento, il bacino compia un significativo basculamento in antiversione e la colonna lombare si ponga in iperlordosi (vedi figure 8 bis – 9 bis – 10 – 11 – 12 e 13). Il basculamento del bacino in avanti, visibile nelle foto 17 e 19, è messo in evidenza dal confronto con le foto che rappresentano il momento del volo, in cui si nota una riduzione della lordosi lombare (figure 18 e 20).

Figura 20 Florence Griffith Fase di Volo

A questo punto è ragionevole pensare che i soggetti naturalmente portatori di un bacino più inclinato in avanti, siano avvantaggiati rispetto a coloro che non lo sono.
Dallo studio di Mosner e coll. citato prima, risulta che nella razza nera sono state riscontrate caratteristiche anatomiche che si possono far risalire ad una maggiore inclinazione in avanti del bacino rispetto alla razza bianca
Un’altra particolarità anatomico-funzionale da prendere in considerazione è il “sacro dinamico” descritto da Kapandji. Questo tipo di sacro bascula all’indietro slittando sull’articolazione sacro-iliaca, con un movimento definito “contronutazione”. Ma, analogamente, può avvenire che, a sacro fermo, il bacino basculi in avanti. E’ quello che potrebbe avvenire durante la corsa veloce, per l’intervento dei muscoli flessori dell’anca citati prima, come ulteriore adattamento a rinforzo dell’azione precedentemente descritta. E, poichè il “sacro dinamico” appartiene, secondo Kapandji, a soggetti dediti al movimento, si deve considerare peculiare degli atleti neri i quali, attraverso i risultati sportivi, dimostrano di essere più dediti al movimento, in questo caso ad un movimento specifico, ovvero più specializzati, dei bianchi.

Conclusioni:

Abbiamo analizzato alcuni principi meccanici della corsa veloce e abbiamo valutato la possibilità che l’organismo umano attui delle strategie per ottenere prestazioni migliori, concentrando la nostra attenzione su una zona anatomica che è l’articolazione coxo-femorale con l’insieme di leve e muscoli che gravitano su di essa. Abbiamo dedotto che la velocità può essere condizionata dalla posizione di questi muscoli e leve ed in particolare del bacino che, con l’aumentare della propria inclinazione, può consentire di ottenere prestazioni superiori.
E abbiamo trovato, attraverso l’analisi di documentazioni iconografiche e studi scientifici, che questa è una peculiarità degli atleti di razza nera.

Note:

1) Hollmann W. – Mader A.- S.D.S. Scuola dello Sport – ROMA – 2000 – n°47 e 48 pagg. 4 e 5
2) Mosner e coll. – SPINE – vol. 14 – Number 3 – 1989 pag. 312
3) Martini – Fisiologia degli Animali Domestici – 1981 pag. 379
4) Bogdanov – Ivanov – Biomeccanica degli Esercizi Fisici – 1989 pag. 195
5) Bellotti – Matteucci – Allenamento Sportivo – 2000 pag. 64
6) Kapandji – Fisiologia Articolare – Vol. 2° pag. 56
7) Bogdanov – Ivanov – Biomeccanica degli Esercizi Fisici – 1989 pag. 201
8) Martini – Fisiologia degli Animali Domestici – 1981 pag. 373
9) Bienfait – Fisiologia della Terapia Manuale – 1990 pag. 333
10) Bienfait – Fisiologia della Terapia Manuale – 1990 pag. 333
11) Pelagalli – Botte – Anatomia Veterinaria Sistematica e Comparata – 1981 pagg. 32-445-465-490
12) Martini – Fisilogia degli Animali Domestici – 1981 pag. 373
13) Kapandji – Fisiologia Articolare – volume 2 pag.36
14) Bienfait – Fisiologia della Terapia Manuale – 1990 pag. 333
15) Fabbri Editore – Gli Animali e il loro mondo – 1968 – volume 1 pag. 140

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Bibliografia:

[1] BELLOTTI P. e MATTEUCCI E., “Allenamento Sportivo”, UTET, Torino, 2000;

[2] BIENFAIT M., “Fisiologia della Terapia Manuale”, Ed. Marrapese, Roma, 1990;

[3] BOGDANOV P. e IVANOV S., “Biomeccanica degli Esercizi Fisici (a cura di A.MANONI)”, Società Stampa Sportiva, Roma, 1989.

[4] FABBRI Editore, “Gli animali e il loro mondo”, Enciclopedia, 1968;

[5] HOLLMANN W. e MADER A., “S.D.S.” (Scuola dello sport), Roma, 2000, n° 47 e n° 48;

[6] KAPANDJI A., “Fisiologia Articolare (Volume 1 e Volume 2)”;

[7] MARTINI E., “Fisiologia degli Animali Domestici”, Libreria Universitaria L. Tinarelli, Bologna, 1981;

[8] MOSNER E. A., BRYAN J. M., STULL M. A. e SHIPPEE R., “A Comparison of Actual and apparent Lumbar Lordosis in Black and White Adults Females”, Spine, Volume 14, Number 3, 1989;

[9] NEUMANN G. e BERBALK A., “S.D.S.” (Scuola dello sport), Roma, 2000, n° 50;

[10] PELAGALLI G. e BOTTE V., “Anatomia Veterinaria Sistematica e Comparata”, Edi Ermes, Milano.

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Autori:

Michele Torrusio, Dottore in Scienze Motorie, Chinesiologo, Membro attivo della S.I.R.E.R. (Société Internationale de Recherche et d’Etude sur le Rachis), Catanzaro, Italia;

Andrea Quagliozzi, Ingegnere, Dipartimento di Meccanica Università della Calabria, Catanzaro, Italia;

Giuseppe Bova, Medico dello Sport, Unità Operativa A.S. N° 7, Catanzaro, Italia.

(da http://www.netfriend.it/offlimits/home.asp?pg=501)

L’ipertensione arteriosa negli Afro-americani

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Ipertensione arteriosa e fattori genetici:

L’ereditarietà o famigliarità della patologia influisce per circa il 30% sulla possibilità d’insorgenza dell’ipertensione. Per questo motivo un soggetto che ha dei famigliari ipertesi, avrà un maggior rischio (ma non la certezza assoluta) di sviluppare la malattia. In questi casi è molto importante seguire scrupolosamente le regole di prevenzione primaria, per allontanare il più possibile l’eventuale comparsa della patologia.

La razza nera va incontro all’ipertensione più frequentemente di quella caucasica, probabilmente a causa di un particolare gene che codifica per un enzima chiamato ACE. E’ altresì interessante notare come i neri americani presentino un’incidenza di ipertensione superiore ai neri d’Africa probabilmente a causa dello stile di vita predisponente (fumo, obesità, sedentarietà, alcol, ecc).

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Un interessante approfondimento: ipertensione, genetica e sport…

Tra i numerosi ormoni prodotti dal nostro organismo ne esiste uno chiamato ANGIOTENSINA II risultante dalla conversione di un altro ormone (angiotensina I) per opera di un enzima di conversione chiamato ACE.
L’angiotensina II favorisce l’ipertensione inducendo vasocostrizione ed aumento delle resistenze circolatorie periferiche. Tale ormone esplica le sue funzioni anche grazie allo stimolo sulla sintesi di ALDOSTERONE (un altro ormone che favorisce la ritenzione idrica e salina aumentando la quantità di sangue circolante e, di conseguenza, la pressione arteriosa.

Nella popolazione umana esiste una grandissima variabilità nei livelli dell’enzima ACE, principalmente riconducibile a fattori genetici. In particolare esistono tre possibili genotipi:

DD: questi soggetti hanno una maggiore attività enzimatica ACE, hanno quindi una pressione cardiaca superiore alla norma

ID: si tratta di soggetti eterozigoti, che dal punto di vista genetico si collocano tra le due forme ed hanno pertanto caratteristiche intermedie

II: in questo caso l’attività dell’enzima ACE è inferiore, quindi vi è una minor sintesi di angiotensina II e, di conseguenza, la pressione arteriosa di questi soggetti è tendenzialmente inferiore.

Riassumendo:

GENOTIPO DD = pressione superiore rispetto alla norma

GENOTIPO ID = pressione nella norma

GENOTIPO II = pressione inferiore alla norma

I tre genotipi hanno frequenze diverse in gruppi etnici diversi:

 

  DD ID II
AFRO-AMERICANI 29% 60% 11%
INDIANI 19% 50% 31%
BIANCHI 29% 40% 31%

Diversi autori hanno descritto una frequenza superiore di controlli del genotipo DD in soggetti affetti da cardiomiopatia ipertrofica, stenosi arterio-coronariche, infarto del miocardio, ipertensione, ipertrofia ventricolare sinistra.

Altri studi non rilevano un significativo aumento di frequenza del genotipo DD nelle categorie suddette.

E’ stata suggerita una associazione fra genotipo DD e longevità, sulla base di una maggior frequenza di tale genotipo in soggetti sedentari.

I tre genotipi hanno frequenze diverse negli atleti agonisti di livello internazionale:

GENOTIPO DD: caratteristico negli atleti di potenza o di “sprint” (maggiore potenza, maggiore attività del metabolismo anaerobico)

GENOTIPO ID e II: caratteristici degli atleti di “endurance”; (maggiore utilizzo di acidi grassi e minore risposta vasocostrittiva all’esercizio muscolare)

(da http://www.my-personaltrainer.it/ipertensione/ipertensione-sport.html)

L’incidenza dell’ipertensione arteriosa negli Afro-americani:

di Renata Perani, N. 9/10 settembre/ottobre 2006

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Come alcuni “privilegi” sembrano tipici di alcune popolazioni, purtroppo lo sono anche alcune situazioni meno felici e alcune popolazioni sono maggiormente predisposte di altre ad alcune patologie. Sulle pagine di questa rivista abbiamo spesso parlato di ipertensione. Forse non tutti sanno che tra i fattori predisponenti all’ipertensione arteriosa c’è anche l’etnia di appartenenza. Vediamo quindi un caso specifico.

Rispetto alla popolazione americana bianca e a quella di colore di nazionalità africana, la popolazione afro-americana manifesta una maggiore predisposizione a sviluppare l’ipertensione arteriosa, tanto che, secondo alcuni studi, la percentuale di individui ipertesi corrisponde addirittura a un terzo della comunità afro-americana. In questi soggetti la malattia ipertensiva si manifesta più precocemente che nel resto della popolazione e si sviluppa in modo più grave. Ne consegue che la popolazione di colore americana è maggiormente esposta al rischio delle conseguenze possibili di questa patologia, tra le quali abbiamo:

  • l’insorgenza di ictus: l’ipertensione può causare la stenosi delle arterie che portano al cervello il sangue ossigenato. Per questa ragione il rischio di ictus esiste per tutti i soggetti che manifestano l’ipertensione, ma nel caso di questa particolare popolazione di individui esso appare maggiore addirittura dell’80 per cento;
  • lo sviluppo di cardiopatie: l’aumento della pressione arteriosa causa un superlavoro per il cuore che incontra una maggiore resistenza a spingere il sangue nei vasi. Ciò comporterà la comparsa di una cardiopatia ipertensiva caratterizzata da un ispessimento delle pareti del cuore.
    Se la pressione non viene curata, dopo alcuni anni, potrà comparire uno scompenso cardiaco e potrà essere favorita l’insorgenza della cardiopatia ischemica. L’ipertensione è la prima causa di insufficienza cardiaca tra gli afro-americani e, per la popolazione di colore americana, il rischio di morte per insufficienza cardiaca è due volte maggiore rispetto a quello della popolazione bianca per ciò che riguarda gli uomini, mentre per le donne esso è addirittura tre volte maggiore. Anche il rischio di morte in caso di attacco cardiaco è maggiore per la popolazione di colore e, di nuovo, soprattutto per le donne;
  • la comparsa di insufficienza renale: l’ipertensione può causare il restringimento delle arterie che portano il sangue ossigenato ai reni e se questa condizione non viene arginata comincia a subentrare l’insufficienza renale. La progressiva distruzione della quota di nefroni funzionanti fa sì che il rene diventi più piccolo e più grinzo e non riesca più a effettuare la depurazione delle sostanze tossiche presenti nel sangue. Ciò determina un ulteriore incremento della pressione arteriosa. Si ritiene che la causa principale di insufficienza renale parziale o totale tra gli afro-americani sia proprio una mancanza di attenzione per quel che riguarda i propri valori pressori, che non vengono adeguatamente monitorati. Infatti l’incidenza di uremia terminale (ESRD) è tre volte maggiore che nel resto della popolazione;
  • e infine l’insorgere di disturbi visivi fino alla cecità: per compressione, occlusione o rottura o comparsa di essudati dei piccoli vasi della retina. Questo tipo di conseguenze si riscontra con frequenza due volte maggiore nella popolazione americana di colore.

Fattori di rischio per gli Afro-americani:

 

L’incidenza dei fattori di rischio per lo sviluppo dell’ipertensione nella popolazione di colore è superiore rispetto ad altre etnie. Per esempio le donne afro-americane, rispetto alle donne bianche, hanno una maggiore tendenza al sovrappeso e all’obesità vera e propria, nonché al diabete, entrambi fattori predisponenti all’ipertensione. In dettaglio i fattori di rischio più pesanti per gli afro-americani sono:

  • il sovrappeso e l’obesità: maggiore è il peso di una persona, più questa è esposta al rischio di svariate patologie. Si parla di obesità quando il peso di una persona supera il suo peso forma di oltre il 20 per cento, oppure se l’indice di massa corporea è maggiore di 30. Questa condizione, ma anche quella di semplice sovrappeso, può comportare rischi estremamente gravi per la salute. Queste statistiche sono da tenere particolarmente in considerazione per le donne afro-americane, che hanno una tendenza al sovrappeso molto superiore rispetto alle donne e agli uomini bianchi e anche rispetto agli uomini afro-americani. Le ricerche mostrano che più dei due terzi delle donne di colore americane non svolgono una sufficiente attività fisica. Questo può essere dovuto alla mancanza di tempo e a problemi economico-sociali oltre che allo stress aggiuntivo che può accompagnarsi al tentativo di perdere peso. Un ulteriore fattore può essere quello culturale: le donne magre, infatti, sono più apprezzate dalla popolazione bianca che non da quella di colore. Infine, alcune persone non cercano neanche di controllare il proprio peso perché hanno così poca stima di sé da non prendersi cura di loro stesse;
  • il diabete: i diabetici sono maggiormente predisposti a sviluppare l’ipertensione. Gli afro-americani hanno una maggiore predisposizione al diabete rispetto ai bianchi, addirittura superiore del 50 per cento per le donne;
  • lo stress: secondo alcuni ricercatori la popolazione di colore americana è sottoposta a un maggiore carico di stress rispetto alla popolazione bianca, perché si trova più spesso a dover affrontare situazioni di disagio, sociale ed economico, e lo stress è tra i fattori che favoriscono lo sviluppo di sindromi ipertensive;
  • il fumo: benché i neri americani non fumino più dei bianchi, risulta però che essi comprino marche di sigarette che contengono maggiori quantità di catrame e nicotina. Inoltre, da alcune indagini, risulta che certe compagnie di tabacco svolgono un’azione di marketing più specificamente diretta ai consumatori afro-americani, sulle cui riviste le sigarette sono reclamizzate più massicciamente che su pubblicazioni dirette a pubblici più compositi;
  • il consumo eccessivo di alcool;
  • l’eccessiva presenza di grassi nella dieta. Sia la cucina soul che quella dei fast food, molto frequentate dalla popolazione di colore americana, sono eccessivamente ricche di grassi saturi, che aumentano il rischio di ipertensione nonché di patologie cardiovascolari;
  • sensibilità al sale: alcune persone sono così dette salt sensitive, ovvero sono geneticamente predisposte a sviluppare ipertensione quando sottoposte a una dieta ricca di sale. Benché non ci siano valori fissi, i livelli raccomandati dalla CEE per l’assunzione di sale si aggirano sugli 1,5-8,8 g al giorno. Negli Stati Uniti la media di consumo di sale giornaliera è di circa 12 grammi e gli afro-americani sono in grande maggioranza, appunto, salt sensitive.

Il trattamento farmacologico per gli Afro-americani:

Anche nel trattamento della patologia ipertensiva la popolazione afro-americana presenta delle differenze rispetto alla popolazione bianca. Infatti, per la popolazione di colore americana, i farmaci che sono risultati tra i più efficaci per il controllo dell’ipertensione sono risultati i diuretici. Per i pazienti non rispondenti alla cura è possibile abbinare questi farmaci agli ACE inibitori o ai beta bloccanti che, presi isolatamente, risultano meno efficaci sulla popolazione afro-americana.

Lo scompenso cardiaco:

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Lo scompenso cardiaco, o insufficienza cardiaca, è un termine che comprende molteplici connotazioni patologiche: è una sindrome clinica nella quale alterazioni strutturali e funzionali del cuore portano a fenomeni secondari, primo fra tutti la “dispnea”, ovvero la mancanza o carenza di respiro in seguito a lievi sforzi fisici.
Si definisce insufficienza cardiaca uno stato fisiopatologico nel quale il cuore non riesce a pompare il sangue in quantità adeguata alle richieste metaboliche dei tessuti, oppure può farlo solo con “pressioni di riempimento” sanguigno elevate.
Il mantenimento della sufficienza in queste condizioni costituisce lo stato di compenso. Quando il limite della possibilità di tale compenso viene oltrepassato inizia lo scompenso.
Lo scompenso cardiaco viene diagnosticato sulla base della combinazione di un’attenta valutazione sintomatologica durante l’anamnesi, volta a rilevare:

  • mancanza di respiro;
  • astenia;
  • ritenzione di liquidi.

Spesso intercorre un rilevante lasso di tempo tra l’instaurarsi delle alterazioni della struttura o delle funzioni del cuore e le manifestazioni cliniche dello scompenso. Queste si possono osservare settimane, mesi o anche anni più tardi.

Insufficienza renale:

L’insufficienza renale è una condizione patologica che compare quando i reni non sono più in grado di funzionare in modo efficiente. I reni hanno il compito di depurare il sangue, filtrando le sostanze dannose, e svolgono perciò un ruolo fondamentale nel mantenimento dell’equilibrio interno dell’organismo. Quando la funzione renale si altera, perché i reni non sono in grado di trattenere gli elettroliti (sali minerali presenti nelle cellule) oppure non riescono più a mantenere il livello di sostanze nocive nel sangue entro una soglia ottimale, si produce l’insufficienza renale, una patologia che, nella sua tipologia cronica, in Italia colpisce attualmente circa 40.000 persone.
L’insufficienza renale può essere acuta (Ira) o cronica (Irc). Quella acuta è provocata da un deterioramento improvviso della funzionalità renale (il blocco renale) ed è caratterizzata da ridotta produzione di urine (oliguria); può essere generata da infezioni gravi, terapie farmacologiche, interventi chirurgici.
Quella cronica è invece provocata da una perdita permanente della funzione renale. Questo deterioramento dei reni è progressivo e lento, per cui è difficile individuarne i segni, anche perché l’organismo reagisce tentando di compensare il malfunzionamento di quest’organo. Le cause principali sono: nefropatia diabetica, ipertensione arteriosa, glomerulonefriti, nefropatia policistica, idronefrosi ecc. L’Irc porta all’uremia, ossia a una condizione tossica in cui si ha accumulo nel sangue dei prodotti del metabolismo delle proteine e di urea.
Le ripercussioni sono gravi: intossicazione globale dell’organismo con anoressia, vomito, nausea, prurito diffuso, poliuria, nicturia e, in fase terminale, oliguria e anuria. I sintomi che possono indicare la presenza di Irc sono pressione alta, stanchezza, inappetenza, pallore.
La diagnosi (sia per la forma acuta sia per quella cronica) si basa su una serie di esami di laboratorio (BUN, creatinina, sodio, potassio, cloro, calcio, fosforo, emocromo, acido urico, esame delle urine) e strumentali (radiografia addominale, ecografia, Tac, Rmn, scintigrafia renale, urografia, biopsia). Nel caso di insufficienza renale acuta la terapia è rappresentata dall’eliminazione della causa che l’ha provocata, dal ripristino della diuresi e degli equilibri idroelettrolitici, dal trattamento delle infezioni.
Nel caso della forma cronica, si devono adottare drastici cambiamenti nella dieta, eliminando il sodio e passando a un’alimentazione con poche proteine e fosfati, per evitare ulteriori danni ai reni, e bisogna sottoporsi a una terapia farmacologica che consenta di correggere gli squilibri presenti nell’organismo. Nel caso dei pazienti ormai giunti all’uremia, le uniche possibilità sono rappresentate dalla dialisi e dal trapianto renale (quest’ultimo indicato soprattutto per i pazienti molto giovani).
La forma più completa di terapia è rappresentata dal trapianto; in più della metà dei casi, il rene trapiantato funziona in modo ottimale anche dopo quindici anni dall’intervento. In caso di fallimento del trapianto, il paziente torna alla dialisi, ma potrà in seguito effettuare un nuovo tentativo.

Indice di massa corporea:

L’indice di Massa Corporea (IMC) viene ottenuto, secondo le indicazioni dell’Istituto Nazionale della Nutrizione, dividendo il proprio peso in kg per il quadrato della statura in metri. Valori accettabili dell’indice di massa corporea (IMC) sono compresi tra 18,5 e 24,9; valori superiori a 24,9 indicano una condizione di sovrappeso, che si traduce in obesità per IMC> 30. Valori inferiori a 18,5 indicano magrezza, considerata grave per valori di IMC inferiori a <16. È possibile calcolare il proprio indice di massa corporea sul sito http://www.adieta.it/bmi.html.

La cucina soul:

Il soul food è la cucina tradizionale della popolazione afro-americana. Ha avuto origine nel sud degli Stati Uniti per poi diffondersi e diventare di tendenza anche nel resto del mondo e in Italia. Le ricette base hanno ingredienti molto ricchi, che comprendono pesce e pollo fritti, costolette piccanti, fagioli neri, vegetali, pisellini, maccheroni e okra, pane di grano caldo, formaggio e altro ancora. La tradizione vuole che si dedichi un tempo molto lungo alla preparazione dei cibi la cui cottura viene costantemente sorvegliata, secondo la tradizione africana, per dare anima e sapore a prodotti poveri, trasformandoli in pasti regali. Amici e parenti partecipano alla preparazione del pranzo domenicale, che avviene dopo la funzione religiosa cantata, il gospel.
Pare che il soul food si sia diffuso in tutti gli Stati Uniti quando, a partire dagli anni ’40, la first lady Eleanor Roosvelt licenziò del personale bianco, perché troppo caro, e assunse anche cuochi africani. Per la gente afro è sinonimo di orgoglio e tradizione, accoglienza e ospitalità; tuttavia questa cucina, benché gustosa, è decisamente troppo ricca per essere consumata spesso.

(da http://www.prevenzione-cardiovascolare.it/archivio/archivio_text.php?cat_id=288&pos=0)

Salute degli Afro-americani, genetica e farmaci negli U.S.A.:

Nel marzo 2001 la Food and Drug Administration, l’organismo di controllo federale degli Stati Uniti su alimentazione e farmaci, stipula un accordo nel quale dà diritto a una società specializzata in biotecnologie, la NitroMed, di cominciare una ricerca sul primo “farmaco etnico” studiato appositamente per pazienti neri: il BiDil. La medicina è in grado di aumentare i livelli di ossido nitrico (un derivato dell’azoto) del sangue e, di conseguenza, prevenire l’affaticamento cardiaco. Si tratta della combinazione di due farmaci per il cuore i cui test fallimentari risalgono a 20 anni fa. Originariamente il medicinale viene concepito per una popolazione ben più vasta di quella nera. Ma gli studi clinici sull’efficacia del BiDil non danno risultati notevoli e l’FDA ne rifiuta l’approvazione nel 1997, perché l’applicazione poggia su studi superati. Cosa succede dopo? Nonostante la sua bocciatura, la ricerca riesamina i dati e dimostra che nei vecchi test il BiDil ha avuto effetti positivi su una parte del campione di individui a cui è stato somministrato: 395 neri. Non solo, i dati raccolti negli USA e riportati dalla rivista Science sono ancora più chiari. A differenza dei colleghi bianchi, gli afro-americani rappresentano quella fetta di popolazione 10 volte più soggetta all’insufficienza epatica, 3 volte all’ipertrofia cardiaca e 2 volte al diabete. Questi dati spiegano le ragioni dell’introduzione sul mercato farmacologico del medicinale da somministrare agli afro-americani. Ecco quindi arrivare la seconda valutazione dell’FDA. L’organismo federale americano stabilisce che potenzialmente il farmaco è in grado di evitare scompensi cardiaci nei soggetti di colore e dà via libera al brevetto. Dal 2004 il BiDil può essere prescritto come rimedio benefico per gli americani neri che soffrono di cuore.

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Negli Stati Uniti associare alcune patologie con il colore della pelle non è un segreto. La ricerca scientifica fondata sulla razza è sostenuta da studiosi come Sally Satel, psichiatra e docente all’Università di Yale. La studiosa ha apertamente proclamato di fare “medicina razziale”, per migliorare l’iter diagnostico e il trattamento dei pazienti. Se per esempio ha in cura un nero che soffre di depressione, prescrive dosi più deboli di Prozac, perché i dati clinici analizzati dalla ricerca farmacologia hanno dimostrato che numerosi afro-americani metabolizzano gli antidepressivi più lentamente rispetto a caucasici e asiatici. Dal colore della pelle le differenze indicate da alcuni studiosi americani si estendono anche ad altre “disfunzioni”, come anemia e ipertensione. A soli 4 anni dall’annuncio che la razza non ha alcuna base scientifica, la medicina americana continua a somministrare farmaci in modo differenziato nonostante gli effetti benefici delle cure siano blandi. È il caso del Cozaar, un prodotto farmacologico utilizzato per diminuire la pressione arteriosa, che ha risolto solo pochi casi di ipertensione tra la popolazione nera. La ricerca tuttavia continua. Uno studio in corso sponsorizzato dal laboratorio AstraZeneca, per esempio, sta analizzando gli effetti di un farmaco anticolesterolo su cittadini americani provenienti dall’Asia del Sud, come gli indiani, considerati individui più sensibili alle malattie cardiovascolari legate al colesterolo. Quali le ragioni di tante ricerche? In campo medico i ricercatori hanno individuato geni che espongono l’organismo ad alcuni tipi di malattie e altri che vengono coinvolti nelle dinamiche del farmaco. Le risposte a una terapia farmacologia possono dipendere da uno qualsiasi di questi geni. Le unità ereditarie del cromosoma inoltre si distribuiscono in modo diverso tra le popolazioni. Si è riscontrato poi che un tipo di mutazione genetica avviene con più frequenza in certe zone geografiche e meno in altre. Tuttavia la scienza non dispone ancora di test genetici efficaci per dimostrarlo.

(da http://www.disinformazione.it/razzaemedicina.htm)

USA / Il primo farmaco prodotto su misura per Afro-americani:

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Un’azienda farmaceutica vuole commercializzare il primo farmaco prodotto su misura per afroamericani. Si chiama BiDil ed e’ una medicina per il cuore; i test clinici sui neri hanno dato risultati tanto positivi da far interrompere la sperimentazione e chiedere subito l’autorizzazione alla vendita. Questo caso riacutizza il dibattito sulle “terapie etniche”, in corso da qualche anno nel mondo sanitario statunitense.

(da http://www.aduc.it/dyn/avvertenze/newtex.php?ed=149&tipo_id=2)

Il BiDil visto da Keith Knight:

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Per approfondire:

http://www.postgradmed.com/issues/2002/10_02/sowers1.htm  esaustivo articolo (in lingua inglese) sull’ipertensione presso gli Afro-americani.

http://www.clas.ufl.edu/jur/200603/papers/paper_ortega.html  articolo (in lingua inglese) sull’ipertensione presso gli Afro-americani studiata a partire da un’analisi genetico-comparativa.

http://www.hhcbooks.com/Merchant2/merchant.mvc?Screen=PROD&Product_Code=HPERAA&Category_Code= articolo (in lingua inglese) di presentazione di un libro del Dr. Elijah Saunders sull’ipertensione degli Afro-americani. 

http://drsharronjenkins.com/quotes.htm  articolo (in lingua inglese) di presentazione di un libro del Dr. Sharron K. Jenkins che mostra la maggiore precarietà (in merito alla salute) degli Afro-americani rispetto agli americani bianchi. 

http://www.meharry.org/Fl/Minority_Health/Heart_Disease.html

http://www.umm.edu/news/releases/hypertension_guidelines.htm

“Papa’z Song” di 2Pac: un testo di denuncia della matrifocalità afro-americana

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Introduzione:

Milioni di bambini di tutto il mondo vengono allevati in gruppi domestici in cui è presente solo un genitore, il che può essere causato da divorzio o morte di uno dei due. Tuttavia, ciò può anche derivare dall’incapacità o dall’indisponibilità a sposarsi. La forma più comune di soluzione domestica non nucleare con un solo genitore è quella in cui la madre è presente ed il padre assente. Queste famiglie vengono chiamate “matrifocali”. Più o meno rapidamente, la madre accetta una serie di uomini come compagni, di solito uno alla volta ma, in qualche caso, pratica anche la poliandria. L’uomo e la donna normalmente coabitano per brevi periodi, ma negli anni possono esservi lunghi intervalli durante i quali la madre non ha un compagno convivente. In un caso estremo, ovvero di donne o molto ricche (e non è il nostro caso dal momento che tuttora la maggioranza degli afro-americani versa in uno stato di forte precarietà socio-economica) o molto povere, madre e figlio possono vivere da soli; all’estremo opposto, possono coabitare con le zie e la nonna materne e costituire un’ampia famiglia estesa in cui i maschi adulti svolgono ruoli temporanei di visitatori o amanti (da Marvin Harris, “Antropologia Culturale”, Zanichelli Editore, 1990: 137).

Valori e famiglia matrifocale: i “Flats”:

Una delle spiegazioni dello stato di povertà dei ghetti urbani [la spiegazione più diffusa della povertà fra la popolazione di colore si basa, ancora oggi, sull’affermazione di un’inferiorità razziale dei neri e questa teoria, del tutto infondata, a nostro avviso non dovrebbe neppure avere spazio] attira l’attenzione sul cosiddetto problema della mancanza del padre, ovvero sull’esistenza di famiglie “matrifocali”.

Le principali caratteristiche strutturali della matrifocalità sono le seguenti: l’unità domestica è formata da una madre e da figli che quest’ultima ha avuto da uomini diversi. E’ anche possibile che alcune delle sorelle adulte della donna e residenti nella stessa unità domestica, abbiano degli altri bambini. I padri danno solo temporaneamente un aiuto economico parziale. Gli uomini che, per limitati periodi di tempo, fanno parte dell’unità domestica sono, da un punto di vista etico (cioè esterno alla comunità studiata), «sposati» con le madri – ovvero, essi si comportano in tutto e per tutto come dei tipici mariti-padri. Tuttavia, da un punto di vista emico (cioè interno alla comunità studiata), il rapporto fra uomo e donna è diverso da quello che si realizza in un «vero matrimonio» e i bambini sono, da un punto di vista legale, degli «illegittimi» (Gonzales, 1970).

Nel 1965, basandosi su un rapporto di Daniel P. Moynihan, che in seguito è diventato sottosegretario per il lavoro degli Stati Uniti, la matrifocalità fu riconosciuta ufficialmente come la causa principale della perpetuazione di uno stato di povertà nella popolazione di colore americana. Secondo Moynihan, i giovani neri non sono correttamente motivati ad accettare i lavori di fatto disponibili a causa dell’assenza della figura paterna nella loro famiglia. Essi vengono allevati in case dove solo le donne svolgono attività lavorative regolari. I maschi adulti entrano ed escono da queste famiglie senza una regola e di conseguenza i giovani neri crescono senza il modello e il sostegno di una stabile figura maschile che svolga un lavoro sicuro e che garantisca benessere e protezione alla moglie ed ai figli. Moynihan sostiene che è la matrifocalità la vera causa non solo della povertà, ma anche della criminalità e dello spaccio e assunzione di droga.

Le spiegazioni della povertà che fanno appello alla trasmissione culturale di esperienze all’interno di nuclei familiari matrifocali non spiegano in effetti nulla, dal momento che il fenomeno della matrifocalità è in se stesso una risposta alla povertà.

Come tutte le soluzioni domestiche, la famiglia matrifocale degli Stati Uniti rappresenta un adattamento ad alcune condizioni il cui controllo sfugge ai suoi stessi membri. Le condizioni di base sono le seguenti: (1) sia uomini che donne non hanno accesso a risorse strategiche – cioè, non posseggono quasi nulla; (2) la paga ottenuta tramite un lavoro è disponibile sia per l’uomo che per la donna; (3) le donne guadagnano più o meno quanto gli uomini e (4) lo stipendio del marito-padre è insufficiente ad assicurare la sussistenza a una moglie e a dei figli che dipendono dall’uomo.

La politica ufficiale di assistenza sociale del governo degli Stati Uniti rafforza notevolmente la tendenza a formare famiglie matrifocali. Quelle che richiedono il sussidio economico sotto forma di assegni sociali di solito non possono far conto sulla presenza di «padri» in grado di svolgere un’attività lavorativa. Madri i cui mariti o padri dei figli non guadagnano abbastanza per mantenere la propria famiglia, possono richiedere l’assegnazione di sovvenzioni all’Assistenza alle Famiglie con Figli a Carico, dimostrando che i padri non risiedono con i figli. Una delle ragioni di questa pratica si basa sul fatto che gli istituti di assistenza sociale, sia nazionali che statali, considerano più economico per il governo erogare tali cifre che organizzare dei centri ben equipaggiati e gratuiti che possano occuparsi giornalmente dei bambini e che permettano alle madri povere di lavorare. Dal momento che i padri non possono risiedere nella stessa casa con i loro figli e richiedere allo stesso tempo il sostegno economico di cui si è parlato, la legge assegna alle donne indigenti un ulteriore aiuto in danaro la cui inevitabile conseguenza è che esse diventano l’elemento centrale della vita domestica, se non altro per tutto il tempo in cui gli uomini non sono in grado di guadagnare abbastanza e quindi di non aver più bisogno del sostegno economico dello stato. Dal momento che è la donna a beneficiare di tale erogazione, è lei che firma per l’affitto o per la compartecipazione in pubblici progetti edilizi e che controlla (ma non possiede) lo spazio abitato dalla famiglia.

Nella sua ricerca sui «Flats» [il termine, letteramente «appartamenti», è qui usato con valore di nome proprio, per indicare un ghetto nero, N.d.T.], un ghetto nero in una città della zona medio-occidentale del paese, Carol Stack (1974) fornisce una spiegazione delle strategie che le famiglie non abbienti mettono in pratica nel tentativo di avere il maggior sostegno economico possibile dall’assistenza sociale e quindi di conseguire il migliore stato di benessere realizzabile utilizzando la legge, già citata precedentemente, che concede un aiuto alle famiglie povere con bambini a carico; tutto ciò viene fatto per fronteggiare e integrare stipendi inadeguati, percepiti da maschi privi di specializzazione professionale. La famiglia nucleare non esiste assolutamente nei «Flats», dal momento che non ci sono le condizioni materiali necessarie che ne permettano la costituzione. In effetti, la gente che abita questa zona è organizzata in grandi gruppi di parenti e vicini il cui elemento centrale è una donna. I membri di queste strutture correlate hanno scambi economici reciproci, si occupano l’un l’altro dei bambini, forniscono alloggio ed aiuto a chi ne ha bisogno in modi molto diversi e assolutamente non caratteristici dei gruppi domestici appartenenti alla classe media.

Nei «Flats» l’elemento più importante, che influenza le relazioni interpersonali tra uomo e donna, è la disoccupazione e, con essa, la difficoltà che gli uomini incontrano nel trovare un lavoro sicuro: Perdere il proprio lavoro oppure essere costantemente disoccupati un mese dopo l’altro, mina l’importanza e l’indipendenza dei soggetti e fa sì che gli uomini debbano necessariamente abbandonare il loro compito di sostenere economicamente la propria famiglia. Di conseguenza, essi non sono più in grado di assumere quel ruolo maschile che viene codificato dalla società americana (Stack, 1974, p. 112).

Per ironia della sorte, come sottolinea l’antropologa in questione: I tentativi di una parte del sistema di assistenza sociale di permettere la formazione di famiglie nucleari sono efficacemente scoraggiati dalla stessa politica assistenziale. In effetti, quest’ultima incoraggia il mantenimento di nuclei domestici, in rapporto fra di loro ma basati sulla non residenza in comune e cooperanti l’uno con l’altro (ibidem, p. 127).

Una donna può trovarsi tagliata fuori dall’assistenza sociale non appena suo marito termina il servizio militare o esce di prigione, oppure se si sposa. Di conseguenza, «Le donne si rendono presto conto dei sia pur modesti vantaggi dell’assistenza sociale e capiscono che mantenere i rapporti con i parenti procura loro una maggiore sicurezza sia per la propria vita che per quella dei figli» (ibidem, p. 113).

 

Tratto da: Marvin Harris, “Antropologia Culturale”, Zanichelli Editore, 1990: 376-378.

L’infanzia di 2pac e la sua personale esperienza di matrifocalità:

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Tupac Amaru Shakur (New York, 16 giugno 1971 – Las Vegas, 13 settembre 1996) è stato un rapper, attore e produttore discografico afro-americano, tra i principali esponenti del gangsta rap. Artista hip pop/rap di grande successo, tanto da essere considerato uno dei pilastri del genere nonostante la prematura scomparsa, nella sua carriera ha utilizzato anche gli pseudonimi di 2Pac, Pac e Makaveli. Molte sue canzoni sono incentrate sulla vita difficile nel ghetto, sul razzismo e su problemi sociali in generale, ma anche sugli scontri con altri rapper, sull’abuso di alcol e droga e sulla violenza tra le gang di strada. Il suo vero nome era Lesane Parish Crooks. Nacque il 16 giugno 1971 a New York, nel Bronx, dal membro delle Black Panther Party (Pantere Nere) Afeni Shakur (nella foto a sinistra assieme al figlio Tupac). Afeni era in galera per aver messo una bomba mentre era incinta di Tupac, e rischiava una condanna a trenta anni; ma difendendosi da sola, senza avvocati, respinse le accuse e fu rilasciata un mese prima che Tupac nascesse. A sei anni Crooks riceverà il nome Tupac Amaru (Serpente lucente riconoscente a Dio), dal capo Inca Tupac Amaru II, che nel diciottesimo secolo guidò la resistenza contro gli spagnoli. Il cognome Shakur è lo stesso del suo patrigno, Mutulu Shakur, anche marito della madre Afeni. Riguardo alle sue origini, Shakur disse “I never knew where my father was or who my father was for sure” (“Non ho mai saputo con certezza dove fosse mio padre né chi fosse”), ma nel ’94 lo venne a sapere. Anche il suo padrino, Geronimo Pratt, era una Pantera Nera, e tra le più importanti. Il patrigno Mutulu Shakur fu condannato a 60 anni di carcere. Gran parte della crescita di Tupac ruotò attorno alla filosofia delle Pantere Nere. Vivendo in condizioni di povertà, Tupac, con la madre e la sorellastra, dovette frequentare ripari per barboni e posti vari per rimanere nella zona di New York. Di conseguenza, conservò poche amicizie e si dedicava piuttosto alla composizione di poesie e scriveva un diario per tenersi occupato. Il resto è storia nota…

“Papa’z song” (dall’Album: “Strictly 4 My N.I.G.G.A.Z.”, 1993; il singolo è stato released il 03/17/1994):

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scritta da Joe Samples (01/02/1939, Houston, Texas – ), visibile nella foto in basso  e 2pac; performata da 2Pac feat. Wycked 

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Daddy’s home…

[2Pac]
Heh, so??
You say that like that means somethin to me
You’ve been gone a mighty long motherfuckin time
for you to be comin home talkin that “daddy’s home” shit (nigga)
We been gettin along fine just without you
Me, my brother, and my mother
So if you don’t mind, you can step the FUCK off, POPS.. fuck you!

[2Pac]
Had to play catch by myself, what a sorry sight
A pitiful plight, so I pray for a starry night
Please send me a pops before puberty
the things I wouldn’t do to see a piece of family unity
Moms always work, I barely see her
I’m startin to get worried without a pops I’ll grow to be her
It’s a wonder they don’t understand kids today
so when I pray, I pray I’ll never grow to be that way
And I hope that he answers me
I heard God don’t like ugly well take a look at my family
A different father every weekend
Before we get to meet him they break up before the week ends
I’m gettin sick of all the friendships
As soon as we kick it he done split and the whole shit ends quick
How can I be a man if there’s no role model?
Strivin to save my soul I stay cold drinkin a forty bottle
I’m so sorry…

(Chorus)
I’m so sorry
for all this time (I’m so sorry)
for all this time
for all this time (don’t lie)
I’m so sorry
for all this time (so, sorry)
for all this time
for all this time, so sorry baby!

[Wycked]
Moms had to entertain many men
Didn’t wanna do it but it’s time to pay the rent again
I’m gettin a bit older and I’m startin to be a bother
Moms can’t stand me cause I’m lookin like my father
Should I stay or run away, tell me the answer
Moms ignores me and avoids me like cancer
Grow up rough and it’s hard to understand stuff
Moms was tough cause his poppa wasn’t man enough
Couldn’t stand up to his own responsibilities
Instead of takin care of me, he’d rather live lavishly
That’s why I’ll never be a father;
unless you got the time it’s a crime don’t even bother
(That’s when I started hatin the phony smiles
Said I was an only child)
Look at mama’s lonely smile
It’s hard for a son to see his mother cry
She only loves you, but has to fuck with these other guys
I’m so sorry…

(Chorus)
I’m so sorry
for all this time
for all this time
for all this time
I’m so sorry
for all this time
for all this time (so sorry)
for all this time, so sorry baby!

[2Pac]
Man child in the promised land couldn’t afford many heroes
Moms was the only one there my pops was a no-show
And ohh -I guess ya didn’t know
that I would grow to be so strong
Lookin kinda pale, was it the ale oh pops was wrong
Where was the money that you said, you would send me
talked on the phone and you sounded so friendly
Ask about school and my welfare
but it’s clear, you ain’t sincere hey who the hell cares
You think I’m blind but this time I see you comin, Jack
You grabbed your coat, left us broke, now ain’t no runnin back
Ask about my moms like you loved her from the start
Left her in the dark, she fell apart from a broken heart
So don’t even start with that “wanna be your father” shit
Don’t even bother with your dollars I don’t need it
I’ll bury moms like you left me all alone G
Now that that I finally found you, stay the Fuck away from me
You’re so sorry..

(Chorus)
I’m so sorry (so sorry)
for all this time (so, so sorry)
for all this time (I’m so so sorry)
for all this time (fuck that!)
I’m so sorry
for all this time (no)
for all this time (so sorry)
for all this time, so sorry baby!

[Tupac – impersonating his father]
I never meant to leave but I was wanted
Crossed too many people every house I’d touch was haunted
Had to watch the strangers every brother was in danger
If I was to keep you breathin, had to be out of range-a
Had to move, one to lost my name and pick the number
Made me watch my back I had no happy home to run to
Maybe it’s my fault for being a father livin fast
But livin slow, mean half the dough, and you won’t get no ass
Hindsight shows me it was wrong all along
I wanted to make some dough so you would grow to be so strong
It took a little longer than I thought
I slipped, got caught, and sent to jail by the courts
Now I’m doin time and I wish you’d understand
all I ever wanted was for you to be a man
and grow to be the type you was meant to be
Keep the war fightin by the writings that you sent to me
I’m so sorry…

(Chorus w/ variations til end)

“La canzone del Papà”:

(traduzione italiana dal sito http://www.2paclegend.it/Papaita.html)

Papi è a casa…

[2Pac]
Hey, quindi??
Lo dici come se significasse qualcosa per me
Sei stato via per tantissimo cazzo di tempo

Perché torni a casa dicendo quella stronzata “papi è a casa” (negro)
Ce la siamo cavata benissimo senza di te

Io, mio fratello, e mia madre
Quindi se non ti dispiace, puoi uscire dal cazzo, papà… fottiti!

[2Pac]
Ho dovuto giocare tranelli da solo, che vista spiacevole
Una situazione pietosa, quindi prego per una notte stellata
Per favore mandami un papà prima della pubertà
Cosa non farei per vedere un pezzo di unità familiare
Mamma lavora sempre, la vedo appena
Comincio ad aver paura che senza un papà crescerò per essere suo
E’ una sorpresa che non capiscano i ragazzini oggi
Quindi quando prego, prego di non crescere mai per diventare così
E spero che mi risponda
Ho sentito che a Dio non piace il brutto bè, dai uno sguardo alla mia famiglia
Un padre diverso ogni fine settimana
Prima che lo incontriamo rompono prima che la settimana finisca
Mi sto stufando di tutte le amicizie
Non appena ce ne liberiamo lui sparisce e tutta la merda finisce in fretta
Come posso essere un uomo se non c’è un modello di comportamento?
Lottando per salvare la mia anima sto freddo bevendo una bottiglia da 40
Mi dispiace così tanto…

[Rit.]
Mi dispiace così tanto
Per tutto questo tempo (mi dispiace così tanto)
Per tutto questo tempo
Per tutto questo tempo (non mentire)
Mi dispiace così tanto
Per tutto questo tempo (così, tanto)
Per tutto questo tempo
Per tutto questo tempo, così tanto bambino!

[Wycked]
Mamma deve intrattenere molti uomini
Non voleva farlo ma è ora di pagare di nuovo l’affitto
Sto diventando un po’ più grande e sto cominciando a essere una seccatura
Mamma non mi sopporta perché sto somigliando a mio padre
Dovrei restare o scappare, dimmi la risposta
Mamma mi ignora e mi evita come il cancro
Cresco rozzo ed è dura capire la roba
Mamma era forte perché suo papà non era abbastanza uomo
Non riusciva ad alzarsi di fronte alle sue responsabilità
Invece di aver cura di me, preferisce vivere lussuosamente
Questo è il motivo per cui non sarò mai un padre;
Ammenoché non abbia il tempo è un crimine anche non dare preoccupazioni
(Qui è quando ho iniziato ad odiare i sorrisi ipocriti
Ho detto di essere figlio unico)
Guarda il sorriso solo di mamma
E’ dura per un figlio vedere sua madre piangere
Lei ama solo te, ma deve cazzeggiare con questi altri tizi
Mi dispiace così tanto…

[Rit.]
Mi dispiace così tanto
Per tutto questo tempo
Per tutto questo tempo
Per tutto questo tempo
Mi dispiace così tanto
Per tutto questo tempo

Per tutto questo tempo (così, tanto)
Per tutto questo tempo, così tanto bambino!

[2Pac]
L’uomo bambino nella terra promessa non poteva permettersi molti eroi
Mamma era l’unica qua mio papà era uno che non si fa vedere agli appuntamenti
E ohh – scommetto che non sapevi
Che sarei cresciuto per diventare così forte
Sembrando quasi pallido, era la birra [scura?] oh papà si è sbagliato
Dov’era il denaro che avevi detto, che mi avresti mandato
Hai parlato al telefono e sembravi così amichevole
Hai chiesto della scuola e del mio benessere
Ma è chiaro, non sei sincero hey chi diavolo se ne frega
Pensi che sia cieco ma stavolta ti vedo arrivare, Jack
Hai afferrato il tuo soprabito, ci hai lasciati al verde, ora non esistono ritorni
Chiedi di mia mamma come se l’avessi amata dall’inizio
L’hai lasciata nel buio, si è disintegrata per un cuore spezzato
Quindi non iniziare neanche con quella merda “voglio essere tuo padre”
Non seccare neanche coi tuoi dollari non ne ho bisogno
Seppellirò mamma come se mi avessi lasciato completamente da solo amico
Ora che ti ho finalmente trovato, stai lontano da me cazzo
Ti dispiace così tanto…

[Rit.]
Mi dispiace così tanto (così tanto)
Per tutto questo tempo (così, così tanto)
Per tutto questo tempo (mi dispiace così tanto)
Per tutto questo tempo (‘fanculo)
Mi dispiace così tanto
Per tutto questo tempo (no)
Per tutto questo tempo (così tanto)
Per tutto questo tempo, così tanto bambino!

[2Pac – interpretando suo padre]
Non avrei mai voluto andarmene ma ero ricercato
Ho incrociato troppa gente ogni casa che avrei toccato sarebbe stata infestata
Ho dovuto guardarmi dagli stranieri ogni fratello era in pericolo
Se fossi stato a tenerti in vita, sarei dovuto essere fuori portata
Ho dovuto spostarmi, uno per perdere il mio nome e prendere il numero
Mi ha fatto guardare indietro non avevo una casa felice in cui correre
Forse è la mia colpa per essere un padre che vive una vita sfrenata
Ma vivere tranquillamente, vuol dire metà del denaro, e non otterrai un cazzo
Il senno di poi mi dimostra che era tutto sbagliato
Volevo fare un po’ di soldi così che saresti cresciuto per essere fortissimo
Ci è voluto un po’ di più di quanto pensassi
Sono scivolato, stato preso, e mandato in cella dai tribunali
Ora sto scontando la pena e spero che capisca
Tutto quello che ho sempre voluto per te era che fossi un uomo
E crescessi per essere il tipo che eri destinato ad essere
Continua a combattere la guerra con gli scritti che mi hai mandato
Mi dispiace così tanto…

Il video di “Papa’z song”:

Bibliografia (per approfondire):

La conoscenza delle famiglie matrifocali afro-americane inurbate è stata approfondita in particolare da alcuni antropologi, tra cui ricordiamo:

1) Frank Furstenberg, Jr., Theodore Hershberg e John Medell con la loro importantissima opera “The Origins of the Female-Headed Black Family: The Impact of the Urban Experience”, Journal of Interdisciplinary History 6(2): 211-233 (1975);

2) Nancy L. Gonzalez con “Towards a Definition of Matrilocality”, in “Afro-American Anthropology: Contemporary Perspectives”, N. E. Whitten and J. F. Szwed, eds., pp. 231-243. New York: Free Press (1970);

3) Carol Stack con “All Our Kin: Strategies for Survival in a Black Community”, New York: Harper & Row (1974);

4) Nancy Tanner con “Matrifocality in Indonesia and Africa and among Black Americans”, in “Woman, Culture and Society”, M. Rosaldo and L. Lamphere, eds., pp. 129-156. Stanford: Stanford University Press (1974);

Sulle famiglie afro-americane (in generale):

1) Dr. Edward Franklin Frazier con “The Free Negro Family: a Study of Family Origins Before the Civil War”, Nashville, Fisk University Press (1932);

2) ibidemThe Negro Family in Chicago”, Chicago, University of Chicago Press (1932);

3) ibidem “The Negro Family in the United States”, Chicago, University of Chicago Press (1939).

E’ interessante notare come la matrifocalità sia stata ampiamente riscontrata e studiata, oltre che nella comunità nera statunitense, anche nella comunità di origine africana della Guyana ex britannica (Caraibi) da parte dell’antropologo R. T. Smith con la sua fondamentale opera: “The Negro Family in British Guiana”, London, Routledge & Kegan Paul (1957).