Spike Lee Connection n°3: “Do The Right Thing” (Fa’ la cosa giusta)

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New York, la Grande Mela. Crogiuolo di colori e suoni. Babele di lingue e dialetti. Bomba inesplosa di dissonanze, conflitti, tensioni, violenze. Brace di odio razziale che arde sotto la calura di un’estate torrida e implacabile: quando l’atmosfera è satura di esplosivo una piccola scintilla può determinare deflagrazioni improvvise e devastanti. Vetrine in frantumi, lunghi coltelli, legge della giungla: il tempo della mediazione è finito, o meglio non è mai cominciato. Perché la realtà, sulle rive dell’Hudson, non è che un’Eterna illusione di integrazione travestita da american dream. Sui muri dei palazzi di Harlem i graffiti di un meltin’ pot ribollente di rabbia urlano la loro presenza. Lungo le strade di Brooklyn e sui volti delle persone, le tracce di un grande calderone di etnie condannate all’umiliazione del ghetto, alla degradazione del quartiere “contenitore”, alla compartimentazione stagna. Enclosures in perenne conflitto con ogni forma di diversità/alterità concepibile. Mangiaspaghetti contro culi neri, portoricani contro occhi a mandorla, padri contro figli, fratelli contro fratelli. Guai a violare questi confini, odiosi ma necessari confini. Saltare oltre il muro che divide può essere pericoloso, terribilmente pericoloso. Come fare la cosa giusta. Ma nel momento e nel posto sbagliato.

 

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Terza regia di Spike Lee, “Fa’ la cosa giusta” è considerato unanimemente il capolavoro e la vetta artistica di tutto il cinema del regista afro-americano. Rappresentò per la filmografia di Spike Lee anche una decisiva svolta verso tematiche di impegno civile e rivendicazione sociale. Grande film: intelligente, articolato (ricorda il cinema corale e polifonico di Robert Altman nella sua costruzione a mosaico) eppure compatto (si fonda quasi interamente su una ammirevole unità di tempo e di luogo), intenso. Ben scritto (nomination all’Oscar per Lee per la miglior sceneggiatura originale), ben girato e soprattutto sostenuto da un cast straordinario. Grandissima la presenza di Ossie Davis, figura leggendaria del cinema underground americano, qui nell’unico ruolo veramente positivo di tutto il film: un ponte ideale tra passato, presente e futuro il suo “Major”, una necessaria figura di sintesi ritagliata in un contesto dominato da scismi e divisioni. Splendide anche le interpretazioni di Danny Aiello, John Turturro e Samuel L. Jackson (il suo conduttore radiofonico può fare invidia al mitico Robin Williams di “Goodmorning Vietnam”). Indimenticabile il personaggio di Radio Raheem: le sue nocche, i suoi love and hate, la sua radio, i suoi occhi. Ottimo e trascinante l’intero sottofondo musicale, che coniuga le partiture originali jazzate composte dal padre di Spike, Bill Lee, con una serie di grandissime hit della black-music, a cominciare dalla travolgente “Fight the power” dei Public Enemy con cui si apre il film. Finale controverso ed amaro. Nelle parole di Martin Luther King e di Malcolm X la ricerca di una via alternativa alla violenza e alla discriminazione: ricerca difficilissima, ma drammaticamente necessaria [Pickpocket].

 

 

Voto personale (Pickpocket): ****1/2

Voto personale (Okram20): 9