La Ballata di Stroszek by W. Herzog

“(…) Resta dunque il protagonista, l’emarginato, il subnormale, il deviante come unico demistificatore di verità codificate, testimone a carico di una società e di un sistema.” (Giorgio Rinaldi, “Cineforum n. 171”)

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L’America che non c’è. L’America svelata. Privata del suo velo di Maya. Delle illusioni che l’avvolgono rendendola appetibile ai derelitti del mondo. E’ questa l’America, vista come un non-luogo squallido e disumano, che ci viene mostrata dal sempre sorprendente e disilluso Werner Herzog nel suo film “Stroszek”. Un viaggio della speranza che muove tre rifiuti della società, subalterne presenze, archetipi dell’emarginazione occidentale, tra la Germania Ovest e gli USA. Tra i tre spicca Bruno S., in cui realtà e finzione si mescolano sulla scena, e sembra quasi che Herzog abbia riproposto nel set e nella sceneggiatura molto del vissuto incorporato di questo attore non professionista, artista e musicista di strada con un passato tormentato da un’insanità mentale frutto del degrado e della povertà. Nel film Bruno interpreta un timido musicista di strada che appena uscito di prigione riallaccia un rapporto con Eva (interpretata da Eva Mattes, unica attrice professionista del film), prostituta maltrattata dal suo rozzo protettore. Lei lo aiuta ad allontanarsi dall’alcolismo e in cambio Bruno le dà un riparo. Con il vecchio vicino di casa Scheitz che voleva da sempre andare a vivere da suo nipote in Wisconsin, Bruno ed Eva lasciano Berlino e provano insieme l’avventura nel “Nuovo Mondo”. Clemens Scheitz, attore non professionista, anziano e smilzo, recita in modo veramente sorprendente, in gran parte grazie al suo aspetto e al suo vissuto incorporato ed esteriorizzato dalla sua presenza fatta di rughe e di compassata subalternità. A me a ricordato subitaneamente la recitazione e il fenotipo profondo e denso tipico del nostro attore italiano (nella fattispecie napoletano) Carlo Pisacane, il mitico “Reginelle” dei “Soliti Ignoti”. E a buon diritto Clemens Scheitz può essere considerato il “Reginelle” alemanno.
Concordo con quanto scrive il critico cinematografico Giorgio Rinaldi su “Cineforum n. 171”: La ballata di Stroszek vuole essere la testimonianza, in chiave di racconto popolare, cioè svolta con personaggi e ambienti quotidiani, di un’impossibilità di trovare ragioni positive di vivere di fronte all’orrore della società, alle sue strutture di oppressione, ora palesi ora mistificate, e alla fatica, alla solitudine e alla miseria dell’uomo. Per il protagonista non c’è conforto possibile se non la morte, individuata come quiete e rifugio cui approdare, con una seggiovia sospesa tra gli alberi, la neve e le nuvole. È, quella di Herzog, una lezione sul confronto-scontro dell’uomo con le cose, con la secca, brulla, essenziale realtà, verso la quale il regista rivendica la dura necessità del giudizio. (…) All’opposto di una Berlino vissuta, interiormente, New York appare nel suo turistico splendore di danaro e grattacieli. Sembra una grande Disneyland, nata per divertire gli adulti, ma non per contenere, tra le sue quinte di cemento armato, la loro vita. Appare infatti o attraverso il diaframma delle grate della terrazza panoramica dell’Empire State Building o attraverso i finestrini di un automobile, sì da suggerire l’idea di una merce esposta in vetrina, una merce da contemplare, non da possedere. Ancora più amaro è il ritratto che Hergog ci offre della pianura agricola, degli sconfinati spazi del Middle-West. E’ questo il palcoscenico dell’alienazione ultima. La casa di Stroszek ed Eva non è una villa nè un appartamento, ma la caricatura grottesca di quelli: una trailer lunga 21 metri e arredata come in un depliant. La terra, a dispetto della sua vastità, è controllata, armi alla mano, da due contadini che si sfiorano con i loro trattori come se guidassero dei carri armati. Il lago racchiude, sotto la superficie ghiacciata, un cadavere mai scoperto dalla polizia. L’autogrill, anzichè l’abitazione, la piazza o il parco, è il luogo degli incontri, di contatti umani sempre più mercificati. La riserva Cherokee, infine, è un grottesco lunapark dai nomi cinematografici. (…) La metafora degli animali non offre solo un epilogo alla vicenda, ma riassume le premesse poste lungo tutto il film. Dalla ricerca della misurazione del magnetismo degli animali, condotta da Scheitz per documentare quantitativamente la loro libertà, si approda alla visione degli stessi animali prigionieri tra le quinte e le luci del lunapark, costretti a ripetere ciò che più li estranea dalla loro natura (l’attività, ludica o utile, dell’uomo), attraverso le successive tappe della disumanizzazione della persona: Eva torna a vendere il suo corpo, Scheitz ruba e si fa arrestare, Stroszek si suicida. Attraverso la tranquilla anormalità di un emarginato, emigrato da Berlino, Herzog fa esplodere la folle normalità della vita quotidiana del Nuovo Mondo. Chiede alla fine il tutore dell’ordine di fronte al caos introdotto da Stroszek: “C’è un uomo sulla seggiovia; una gallina che balla. Non riusciamo a fermare i congegni. Mandateci un elettricista”. Intanto l’indiano della riserva, inconsapevole del dramma che la storia antica e la cronaca più recente hanno allestito sul palcoscenico della sua terra, con la sua estraneità fornisce l’ultima prova di una degradazione inconsapevole e quindi inarrestabile.

Spike Lee Connection n°2: “School Daze” (Aule Turbolente)

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Wake up, ladies and gentleman! La sveglia di Spike Lee torna a suonare nella “Spike Lee connection” e in questo suo secondo lungometraggio ufficiale: “School daze”, nella versione del titolo italiano “Aule Turbolente”. In periodi in cui si parla fino alla nausea di bullismo nelle scuole italiane (con la sola conseguenza di amplificare il fenomeno innescando tristissimi meccanismi di emulazione), è simpatico imbattersi in una pellicola che affronti la realtà per noi lontanissima e a tratti ignota di quello che succede nei college universitari americani. Il college in questione, il glorioso Mission College, per di più è un college che ospita esclusivamente studenti di colore. Al suo interno proliferano sul terreno della goliardia pura opposte fazioni e clan, confraternite studentesche e movimenti di protesta politica. Con tutte le mitologie annesse e connesse, riti di iniziazione e nonnismi assortiti. Su due sponde opposte del terreno di battaglia si collocano da un lato un giovanissimo Laurence Fishburne, impegnato leader di un movimento che si batte contro l’apartheid in Sud Africa, dall’altro Giancarlo Esposito, bizzarro e occhialuto personaggio simile ad un Groucho coloured, parlantina sciolta e metodi da vero capo studentesco. Nel primo si incarna la posizione quasi integralista di quei neri d’America fieri ed orgogliosi della loro “africanità” originaria, tanto da predicare un ritorno nel corpo e nello spirito alle radici della Grande Madre Africa. Nel secondo troviamo di contro rappresentata la tipologia di nero più propenso a “tradire” la sua pelle scura pur di raggiungere una qualche forma di integrazione razziale con gli yankees, anche a costo di rinunciare a qualcosa in termini di identità culturale e appartenenza.

 

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Spike Lee dimostra di conoscere a fondo le dinamiche interne alla comunità afroamericana e mette in mostra in questo modo le contraddizioni e le forme di “razzismo” latenti dentro la sua stessa gente. Nel bel finale le rigide posizioni ideologiche dei due protagonisti verranno abbandonate in favore di una sorta di ritrovata unità: unica base di partenza valida per costruire un cammino di integrazione sereno e condiviso, e per non smarrire per strada preziosi legami con le tradizioni dei padri.

 

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Film interessante nei contenuti ma parecchio deludente sotto molti altri aspetti. Innanzitutto la scelta (direi infelice) di inserire nel film un numero abbastanza cospicuo di momenti musicali che spaziano con disinvoltura dal funky al confidential, passando per il balletto coreografato stile anni ’50. Alcuni critici si sono spinti nel definire questo film un musical, il primo musical diretto da un regista di colore. A mio avviso sarebbe più giusto considerarlo una specie di commedia musicale. Credo di aver contato al massimo 5 o 6 momenti musicali, peraltro (e questa è la cosa che più lascia perplessi) molto poco integrati con il resto della narrazione. Detto ciò, certo cominciano ad affacciarsi anche alcuni significativi spunti di denuncia sociale. Spunti e tematiche che diventeranno poi predominanti nel prosieguo della carriera del regista Spike Lee (qui anche impegnato nelle vesti di attore, in un ruolo da simpatico comprimario), già dal film successivo, l’acclamato “Do the right thing”. Quello che tuttavia convince di meno in questo film è  la quasi totale assenza di una vera e propria storia alla sua base, di una trama che coinvolga e tenga desta l’attenzione dello spettatore fino in fondo. La pellicola purtroppo si perde un po’ tra balletti, numeri musicali, simpatiche scenette goliardiche e qualche raro (e nemmeno ben esplicitato) momento di riflessione. Anche i personaggi principali finiscono per non riuscire ad assumere una identità chiara, quasi ridotti a stereotipi poco o per nulla caratterizzati nella loro dimensione psicologica individuale. Peccato perché le potenzialità recitative dei due protagonisti sembravano davvero buone, e anche l’idea di fondo poteva essere sviluppata molto meglio. Una occasione mancata per il buon Spike quindi. Non devono aver poi certamente giovato all’economia complessiva del film anche i numerosi tagli (più di venti minuti nel complesso) imposti dalla produzione al momento della distribuzione. Forse ne sarebbe venuto fuori un film diverso. Forse migliore, o forse no [Pickpocket].

 

Voto personale (Pickpocket): 6

Voto personale (Okram20): 7–