“Fitzcarraldo” di W. Herzog: riflessioni antropologiche

ce1bdd59b392dbbfc4a24008e874885c.jpg

Fitzcarraldo è la distorsione linguistica (operata dai nativi amazzonici di Iquitos) di Brian Sweeny Fitzgerald, il nome del protagonista di questo film unico (in tutti i sensi) nella storia del cinema. E alla distorsione linguistica fa eco una distorsione mentale, una devianza che attanaglia la mente visionaria e idealista di Fitzcarraldo, un affarista sui generis, che considera il denaro non come un fine, ma come un mezzo per realizzare i propri desideri. Da molti è stato paragonato, a ragione, a Sisifo, il personaggio della mitologia greca che, come punizione per aver osato sfidare gli dei, venne costretto da Zeus a far rotolare un masso dalla base alla cima di un monte. Tuttavia, ogni volta che Sisifo stava per raggiungere la cima, il masso rotolava nuovamente alla base del monte, per cui Sisifo dovette per l’eternità ricominciare la sua scalata. E Fitzcarraldo ha tutte le carte in regola per personificare un moderno Sisifo. Non solo. La sua universalità lo rende un archetipo. L’archetipo dell’uomo che sfida la natura per poterla piegare ai suoi fini. È l’archetipo di tutti gli “sfidanti” dell’umanità. E non mi riferisco solo ai nomi noti e celebrati della nostra civiltà occidentale: da Ulisse a Cristoforo Colombo, da Alessandro Magno a Marco Polo passando per i vari Janszoon, Bruce e Livingstone fino a giungere ai moderni Peary e Amudsen. Ma mi riferisco alle imprese ancora più grandiose e anonime che hanno caratterizzato e favorito l’evoluzione del genere umano fin dai suoi albori: penso all’Homo erectus, per esempio, che fu il primo ominide a lasciare l’Africa per recarsi alla conquista del continente euro-asiatico. Ecco, c’è già Fitzcarraldo in quei primi, pochi Erectus che sfidando la sorte migrarono verso nord e verso est nella speranza di trovarvi un habitat più ricco e favorevole. Ma era un sfida verso l’ignoto e non tutti ebbero la determinazione, il coraggio e direi pure la follia di tentare una simile impresa. Ci fu dunque già da allora una prima separazione nell’umanità nascente: da una parte quelli che oggi potremmo chiamare i “realisti”, gli “scettici”, i “razionalisti” che preferirono restare in Africa, e dall’altra i “visionari”, gli “idealisti”, gli “intrepidi” che nella loro cieca e caparbia passione (sfiorante la “follia” pura) intrapresero quel periglioso viaggio verso l’ignoto. È un leif motif questo che ritorna in tutta la storia dell’umanità, caratterizzata sempre e da sempre dal bivio, dalla possibilità di scelta, dal rischio imprevedibile. E a mio avviso è stata questa capacità di sfidare l’ignoto propria di alcuni “fitzcarraldi” che ha permesso l’evoluzione umana. Non ci sarebbe stata nessuna evoluzione se quei lontanissimi Homo erectus avessero continuato a vivere in Africa nelle stesse condizioni del passato. Certo l’ambiente muta, tutto muta e quindi anche l’uomo deve mutare se vuole continuare a sopravvivere. Secondo il celebre antropologo statunitense Marvin Harris, che ha dato vita ad un rinnovato determinismo che porta il nome di materialismo culturale, le diverse civiltà e culture locali si sono sviluppate e caratterizzate a seconda del loro modo di rispondere alle effettive disponibilità delle risorse. Quando la domanda nella popolazione in aumento era superiore a tale disponibilità, le culture intensificavano la produzione finché le risorse originali si approssimavano a un pericoloso esaurimento. Per sopravvivere era allora necessario agire sulla domanda, anche con mezzi radicali, e cercare altre risorse attraverso nuove tecnologie (l’agricoltura, ad esempio), dando inizio a un nuovo ciclo fatalmente portato a ripercorrere le tappe di quello precedente, nella perenne ricerca di un equilibrio possibile, in cui il rapporto costi-benefici fosse sopportabile. È appunto in questo incessante adattamento che le culture assunsero la loro forma peculiare e re e despoti, schiavi e padroni, padri e figli, madri e figlie svolsero il loro ruolo culturale. Sembra la riproposizione della storia mitologica di Sisifo. E forse l’intera umanità è assimilabile a Sisifo o a Fitzcarraldo. Ma quello che manca nell’analisi di Harris è appunto il prendere in considerazione la divisione che è da sempre presente nell’umanità tra “fitzcarraldiani” e “anti-fitzcarraldiani”, tra “idealisti” e “realisti” per stare fuor di metafora. Cioè il voler ridurre l’intera umanità o anche una semplice cultura a un mono-blocco più o meno deterministicamente orientato è una forzatura che, se serve a descrivere per sommi capi le diverse tappe evolutive, non rende conto della conflittualità insita in ogni evoluzione, in ogni cambiamento, in ogni sfida. Sembra non prendere in considerazione il fatto che, per esempio, sebbene è assolutamente certo che l’estinzione o la rarefazione delle prede animali seguita all’intensificazione della caccia e raccolta avvenuta verso la fine del Paleolitico abbia favorito e quasi costretto l’adozione di un’economia basata sull’agricoltura e l’allevamento, il passaggio a questo nuovo sistema economico abbia comportato delle lacerazioni e delle tensioni in questi gruppi. Non tutti erano pronti ad accettare la sfida di seminare delle graminacee selvatiche, investendo energie, tempo e fatica, nella speranza di ottenerne un raccolto in un posticipato momento futuro. È interessante da questo punto di vista, ritornando al film, il paragone con gli altri affaristi della città, i quali rifiutano di sovvenzionare a Fitzcarraldo l’impresa. Questi infatti tengono a mostrare il loro disprezzo per i soldi bruciandoli o dandoli in pasto ai pesci, sì da far capire a Fitzcarraldo che non è per soldi che non l’aiutano ma semplicemente perché non credono nella sua idea. Inizialmente anche l’agricoltura doveva apparire agli “anti-fitzcarraldiani” una fatica di Sisifo, un’operosità vana, un lavoro che avrebbe comportato una grande fatica e scarsi risultati. E invece non è andata così almeno finché il rapporto risorse/popolazione si è mantenuto in equilibrio con questo nuovo sistema economico. Infatti nulla è perenne ed eterno, tutto muta e anche l’insuccesso è parte di un ciclo, di un cambiamento, che poi potrebbe avere effetti positivi in futuro. L’opera epica del trasporto della barca dall’altra parte della collina, pur trasformandosi momentaneamente in un insuccesso perché gli Indios slegando l’imbarcazione fanno sì che sia costretta ad affrontare, assieme a tutto l’equipaggio, le rapide nelle “pongo das mortes” (le “rapide della morte”), si trasforma nel finale in un inaspettato e magico successo: Fitzcarraldo riesce, in una maniera totalmente diversa dal previsto, nell’impresa di costruire un grande Teatro dell’Opera a Iquitos, piccolo villaggio dell’Amazzonia peruviana ove vive, per farvi esibire i nomi più grandi della lirica, uno su tutti il famoso cantante italiano Enrico Caruso, che aveva visto cantare nel teatro brasiliano di Manaus. Il teatro che costruisce non è “fisso” e “terrestre”, bensì “mobile” ed “acquatico” e non è altro che la trasformazione della sua barca in un palco d’Opera dove nel finale riesce ad esibirsi il grande cantante lirico Caruso assieme al resto della sua compagnia. È una metafora questa della grande capacità di adattamento della specie umana; sembra quasi un’inno all’umanità adattativa, vincente anche nell’apparente insuccesso: chi avrebbe mai detto che degli alchimisti cinesi, alla ricerca dell’elisir di lunga vita, mescolando salnitro, carbone e zolfo giungessero alla scoperta della polvere da sparo che sarebbe servita poi, una volta introdotta in Occidente e qui evolutasi, agli europei per la conquista della stessa Cina! L’umanità è anche tutto questo e un film come “Fitzcarraldo”, del visionario, sognatore e “fitzcarraldiano” Werner Herzog, ci aiuta meglio a comprenderla.

Voto personale (Okram20): 8

Spike Lee Connection n° 1: “Lola Darling”

Inauguro con questo post una serie di recensioni cinematografiche che avranno per tema la cinematografia del primo Spike Lee, impegnato e brillante regista afro-americano, scritte dal caro amico e cinefilo Pickpocket (http://cinedrome.splinder.com/). Il primo film della serie è “Lola Darling” del 1986 (sebbene nell’originale si chiami Nola e non Lola!), considerato il vero lungometraggio d’esordio del regista afro-statunitense, in quanto “Joe’s Bed-Stuy Barbershop: We Cut Heads” fu concepito come saggio di laurea. E’ un film davvero brillante e “sperimentale” e infatti ha vinto il “Prix de la Jeunesse” al Festival di Cannes del 1986, rivelando il talento di Spike Lee.

 

65981dfe788ee865c38425fe0172dea8.jpg

 

 

Lola Darling: giovane, bella, intelligente. E nera. Nella Manhattan di fine anni ’80 intrattiene rapporti con tre giovani dalle diversissime personalità e con un’amica lesbica. Jamie è colui che le ispira più fiducia, la figura paterna sempre sfuggitale di mano, l’uomo a cui si sente più affettivamente legata e su cui sente di poter contare. Mars (Spike Lee) è un ragazzotto occhialuto e divertente, che riesce sempre a strapparle un sorriso con le sue storielle assurde. Greer è il perfetto dongiovanni, muscoloso e impomatato, esperto nell’ars amatoria e dai gusti raffinati. E infine Opal, l’amica “sversa” (come viene biecamente definita nel doppiaggio italiano), che cercherà di convincerla a sperimentare un rapporto omoerotico, sempre con scarso successo. Disorientata e confusa, Lola si immerge sotto le lenzuola di una vita sessuale intensissima, ai limiti della sessuomania. Le singole figure dei tre uomini nel suo immaginario erotico-sentimentale vanno a comporre una specie di identità unica (“un mostro con tre teste, sei braccia, sei gambe e tre cazzi”), una summa dei pregi di ognuno di loro, la costruzione fittizia di un uomo perfetto e quindi inarrivabile. Ma ce dell’altro: in Lola la ricerca del compagno di vita ideale si estende anche ad una ricerca “del sé”, del proprio posto nel mondo, di una qualche forma di coesione collettiva e di rapporto con gli altri. Nel suo talamo woo-doo, illuminato dalla luce di una moltitudine di candele (moltitudine di uomini), si compone e decompone, attraverso ripetuti atti sessuali, anche la difficile ricerca di una dimensione “sociale” del vivere. Ogni amplesso di Lola è quindi un passo verso la compiutezza identitaria: meta difficile da raggiungere quando si deve fare i conti con i vicoli angusti del Ghetto ed i cromosomi sessuali recitano la formula “XX”. 

 

4dd48ae7281a93c737e499cfe03fa86d.jpg

f9f50dc3109a254245d7eface37e824c.jpg

bff79d77222b50dfabb973a8f6d74a4a.jpg

 

E’ il primo vero lungometraggio diretto da Spike Lee, girato nel 1986. Lee, appena uscito dalla scuola di cinema, con questo “She’s gotta have it”, presentato con buon successo di critica anche al festival di Cannes, si impose come una significativa novità nel panorama del cinema americano di quegli anni. Alcuni tra i pregi e difetti del film nascono dalla evidente volontà del regista di riprendere o omaggiare diversi suoi autori di riferimento. Innanzitutto la scelta di girare in bianco e nero, motivata dallo stesso Lee come omaggio alla fotografia di “Toro Scatenato”. Il tono leggero, l’ambientazione newyorkese e la ricostruzione da film-inchiesta (con i personaggi che guardano in macchina e dialogano con lo spettatore) non possono non ricordare poi la commedia Alleniana (da “Io ed Annie” a “Zelig”). Il taglio realista, da “istantanea di strada” mi ha poi riportato alla mente certe sequenze dell’indimenticabile “Shadows” cassavettesiano, film che di certo Spike Lee avrà visto e idolatrato. Non mancano poi diversi momenti originali, guizzi creativi che non ti aspetteresti da un regista che ha la nomea di “impegnato” come Spike Lee. Del resto trattasi del suo primo film, per certi versi quasi sperimentale, sicuramente quello in cui Lee ha giocato di più con la macchina da presa. Belle le sequenza erotiche, costruite attraverso una serie di dettagli “anatomici” fotografati in un bianco e nero contrastatissimo. Interessante l’uso di fotografie all’inizio e alla fine del film (a dare un senso di cinema profondamente radicato nel reale), come anche l’estrema variabilità nelle posizioni della macchina da presa. Nel prosieguo del suo percorso artistico Spike avrebbe poi un pochino messo da parte la ricercatezza formale per concentrarsi maggiormente sul messaggio, dando ai suoi film quel tono da cinema militante e “di denuncia” che lo avrebbe fatto apprezzare da molti. Bella colonna sonora dalle linee jazzate composta dal padre di Spike Lee, nel film il padre di Lola.

 

114c7720c0561f3ba3d38d8aa1765320.jpg

Piacevole, divertente, originale nell’uso del linguaggio filmico, leggero ed ironico nel tocco, lascia intravedere quella profondità di contenuto che sarà sviluppata da Spike Lee nelle sue opere successive. Commedia alleniana all-Black ed in bianco e nero, colorata attraverso le “lenti” di un grande cineasta.

 

Voto personale (Pickpocket): 8

Voto personale (Okram20): 81/2

 

 

 

 

E per finire vi lascio con una serie di curiosità che riguardano il film (tratte da: http://it.wikipedia.org/wiki/Lola_Darling):

 

 

1) Le fotografie che si vedono all’inizio del film furono scattate da David Lee, fratello di Spike. L’idea di inserire le fotografie nel film venne al regista dopo aver visto “Koyaanisqatsi”, diretto da Godfrey Reggio nel 1983. Lee rimase molto colpito dal modo in cui il film raccontava una storia senza dialoghi, e decise di aprire il suo film con le fotografie scattate dal fratello.

 

2) Per ridurre i costi, Lee offrì alcuni ruoli ad amici e parenti: alla sorella Joie diede la parte della migliore amica di Nola, Clorinda. Il padre, Bill, interpretò il ruolo del padre di Nola e compose la colonna sonora.

 

3) Lee decise di girare il film in bianco e nero (tranne la breve sequenza del balletto) dopo aver visto più volte “Toro scatenato”, diretto da Martin Scorsese nel 1980. L’idea fu del direttore della fotografia Ernest Dickerson.

 

4) Tra le ispirazioni avute per il film Lee ha dichiarato anche “Fino all’ultimo respiro”, diretto da Jean-Luc Godard nel 1959, “Stranger Than Paradise”, diretto da Jim Jarmush nel 1980 e soprattutto “Rashomon”, diretto da Akira Kurosawa nel 1950, per i personaggi che si rivolgono direttamente alla macchina da presa ed esprimono le proprie opinioni e il loro punto di vista su Nola.

 

5) I critici cinematografici accolsero il film con alcune riserve. Il “New York Times” criticò l’effetto visivo, ma per la trama ebbe parole di lode: «Escludendo che non è stata data la giusta attenzione agli aspetti visivi, la vicenda ha qualcosa di classico». Inoltre definì Spike Lee «il Woody Allen nero». Il “Washington Post” sostenne invece che Lola Darling era un buon film, ma inadatto al circuito commerciale. Altri critici accusarono Lee di aver proposto un personaggio femminile superficiale. Ma il regista rispose così: «Lola Darling non avrebbe mai potuto rappresentare tutte le donne afroamericane. Era solo un individuo, una donna in particolare». L’unica scena a colori del film, quella in cui Jamie porta Nola al parco e le mostra un balletto organizzato apposta per lei, fu molto criticata. I critici non giudicarono la fotografia all’altezza del resto del film.

 

6) Il regista rimase sorpreso quando, la sera della prima, proiettò il film presso l’Università di New York e tutti risero. «La cosa mi spiazzò molto, perché non credevo di aver fatto un film per cui la gente dovesse ridere così tanto».

 

7) Il pubblico afroamericano, soprattutto quello femminile, reagì con entusiasmo, poiché il film parlava delle loro vite, in maniera diversa dagli stereotipi hollywoodiani. Va ricordato che, fino a quel momento, un film statunitense che narrava di una donna afroamericana indipendente e forte si era visto solo nel genere blaxploitation e ne “Il colore viola”, diretto da Steven Spielberg nel 1985, dove la protagonista è una donna afroamericana, interpretata da Whoopi Goldberg.

 

8) Il titolo originale del film, She’s Gotta Have It , fece parlare molto i critici afro-americani: il termine gotta, infatti è tipico dello slang degli afroamericani di Brooklyn. Il termine esatto è She must have it, o She’s got to have it. Inoltre il titolo originale ammicca al pubblico dei film erotici: have it, “deve averlo”.

 

9) Il personaggio di Mars Blackmon, interpretato dallo stesso regista, è divenuto un’icona, grazie ai successivi spot sulle scarpe Air Jordan della Nike diretti sempre da Lee. Nei video che seguono potete apprezzarli: