“Lingua e dialettu”: omaggio a Ignazio Buttitta

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“Lingua e dialetto” è la più famosa e (a mio avviso) pregnante poesia del poeta dialettale siciliano Ignazio Buttitta (Bagheria, 19/09/1899 – ivi 05/04/1997), che è stato considerato dalla critica più attenta il massimo poeta dialettale dei nostri tempi. Sentita ed accorata è l’implorazione che rivolge ai siciliani suoi conterranei affinché conservino la propria lingua e questo appello naturalmente vale per tutte le lingue e per tutti i dialetti che rischiano di scomparire. Questo post e questa poesia è dedicata a loro…affinché non scompaiano…

Lingua e dialettu

Un populu
mittitilu a catina
spughiatilu
attuppatici a vucca
è ancora libiru.
Livatici u travagghiu
u passaportu
a tavula unnu mancia
u lettu unnu dormi,
è ancora riccu.
Un populu
diventa poviru e servu
quannu ci arrubbanu a lingua
addutata di patri:
è persu pi sempri.
Diventa poviru e servu
quannu i paroli non figghianu paroli
e si mancianu tra d’iddi.
Mi nn’addugnu ora,
mentri accordu la chitarra du dialettu
ca perdi na corda lu jornu.
Mentre arripezzu
a tila camuluta
ca tissiru i nostri avi
cu lana di pecuri siciliani.
E sugnu poviru:
haiu i dinari
e non li pozzu spènniri;
i giuelli
e non li pozzu rigalari;
u cantu
nta gaggia
cu l’ali tagghiati.
Un poviru
c’addatta nte minni strippi
da matri putativa,
chi u chiama figghiu
pi nciuria.
Nuàtri l’avevamu a matri,
nni l’arrubbaru;
aveva i minni a funtana di latti
e ci vìppiru tutti,
ora ci sputanu.
Nni ristò a vuci d’idda,
a cadenza,
a nota vascia
du sonu e du lamentu:
chissi non nni ponnu rubari.
Non nni ponnu rubari,
ma ristamu poviri
e orfani u stissu.

Lingua e dialetto

Un popolo
mettetelo in catene
spogliatelo
tappategli la bocca
è ancora libero.
Levategli il lavoro
il passaporto
la tavola dove mangia
il letto dove dorme,
è ancora ricco.
Un popolo
diventa povero e servo
quando gli rubano la lingua
ricevuta dai padri:
è perso per sempre.
Diventa povero e servo
quando le parole non figliano parole
e si mangiano tra di loro.
Me ne accorgo ora,
mentre accordo la chitarra del dialetto
che perde una corda al giorno.
Mentre rappezzo
la tela tarmata
che tesserono i nostri avi
con lana di pecore siciliane.
E sono povero:
ho i danari
e non li posso spendere;
i gioielli
e non li posso regalare;
il canto
nella gabbia
con le ali tagliate.
Un povero
che allatta dalle mammelle aride
della madre putativa,
che lo chiama figlio
per scherno.
Noialtri l’avevamo, la madre,
ce la rubarono;
aveva le mammelle a fontana di latte
e ci bevvero tutti,
ora ci sputano.
Ci restò la voce di lei,
la cadenza,
la nota bassa
del suono e del lamento:
queste non ce le possono rubare.
Non ce le possono rubare,
ma restiamo poveri
e orfani lo stesso.

Lo starnuto: – Etciù! … – Salute!

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Secondo una credenza popolare ampiamente diffusa fin dall’antichità, il semplice fatto di starnutire, provocato dai demoni che solleticano il naso dell’uomo, può far uscire l’anima dal corpo. I Lapponi e altri popoli sono convinti che un violento starnuto sia in grado di causare la morte: da questa credenza deriva l’usanza, che data dall’antichità, di augurare buona fortuna a chi ha appena starnutito.

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In certe tribù africane, starnutire quando parla una persona significa: che Dio la approva. Starnutire all’improvviso nel silenzio generale è un segno di buon augurio: si scambiano allora auguri o regali.

Lo starnuto rappresenta simbolicamente una rappresentazione del sacro, di approvazione o di punizione.

(tratto dal “Dizionario dei Simboli” di Jean Chevalier e Alain Gheerbrant, BUR Dizionari, 2006)

  
In questa candy camera giapponese si può apprezzare una riproposizione, in forma comica e iperbolizzata, dell’antica superstizione, di cui abbiamo parlato sopra, secondo la quale un violento starnuto è capace di far uscire l’anima di colui che starnutisce, causandone la morte.

Lo starnuto, in termini scentifici, è l’atto riflesso provocato dalla stimolazione delle fibre sensitive del trigemino che partono dalla mucosa nasale. Consiste in una profonda inspirazione seguita da una espirazione brusca, all’inizio della quale la glottide si apre improvvisamente, con fuoriuscita esplosiva di aria dalle vie respiratorie. Al pari della tosse, lo starnuto favorisce l’espulsione di sostanze irritanti e concorre a mantenere libere le vie respiratorie.

In conclusione, nessuno è mai realmente morto per uno starnuto ma se consideriamo che l’aria e le particelle estranee espulse viaggiano a una velocità massima di circa 160 Km/h (velocità altissima, pari ad un colpo di pistola!), coprendiamo bene le preoccupazioni, relative alla violenta espulsione dell’anima, che attanagliavano le menti dei nostri antenati di fronte a questa “misteriosa” e bizzarra manifestazione fisiologica del nostro corpo.  

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“Woman Work”: omaggio a Maya Angelou

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Woman Work

I’ve got the children to tend
The clothes to mend
The floor to mop
The food to shop
Then the chicken to fry
The baby to dry
I got company to feed
The garden to weed
I’ve got shirts to press
The tots to dress
The can to be cut
I gotta clean up this hut
Then see about the sick
And the cotton to pick.

Shine on me, sunshine
Rain on me, rain
Fall softly, dewdrops
And cool my brow again.

Storm, blow me from here
With your fiercest wind
Let me float across the sky
‘Til I can rest again.

Fall gently, snowflakes
Cover me with white
Cold icy kisses and
Let me rest tonight.

Sun, rain, curving sky
Mountain, oceans, leaf and stone
Star shine, moon glow
You’re all that I can call my own.

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Lavoro di Donna

(traduzione dall’inglese di Okram)

Io ho i bambini da accudire
I vestiti da rammendare
Il pavimento da lavare con lo straccio

Il cibo da comprare
Poi il pollo da friggere
Il bambino da asciugare
Io ho gli ospiti da nutrire
Il giardino da sarchiare
Io ho le camicie da stirare
I minuzzoli (bambini) da vestire
La scatola di latta da tagliare

Io devo fare pulizia in questo tugurio
Poi occuparmi dell’ammalato
E il cotone da raccogliere.

 

 

Splendi su di me, luce del sole
Piovi su di me, pioggia
Cadete dolcemente, gocce di rugiada
E raffreddate la mia fronte di nuovo. 

 

 

Tempesta, spingimi con un soffio via da qui
Con il tuo vento furiosissimo
Lasciami fluttuare per tutto il cielo
Finché possa riposare di nuovo.

 

 

Cadete delicatamente, fiocchi di neve
Copritemi con bianchi
Freddi ghiacciati baci e
Lasciatemi riposare stanotte.

 

 

Sole, pioggia, cielo ricurvo
Montagna, oceani, foglia e pietra
Luce delle stelle, ardore della luna
Voi siete tutto quello che io posso chiamare mio.