Gli atleti neri (in particolare gli afro-americani) sono geneticamente più veloci degli atleti bianchi o asiatici?

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Asafa Powell (a sinistra) e Justin Gatlin (a destra), sono neri e
sono gli uomini più veloci della terra nei 100 m (9.77 sec).

Molti scienziati ritengono che la superiorità degli atleti di colore abbia origini biologiche. Altri dicono: è solo una questione psicologica. La dominazione degli atleti neri è impressionante. Nel 1960, il tedesco Armin Hary stabilì il nuovo record del mondo sui 100 metri, correndo in 10,0 secondi. Da allora, la soglia dei 10 secondi è stata infranta centinaia di volte. Mai da un bianco. Lo stesso quadro sconfortante, dal punto di vista dei bianchi, si ripropone nelle distanze più lunghe. È vero che Pietro Mennea ha stabilito nel 1979 un record del mondo dei 200 metri che è resistito per 17 anni, è vero che Sebastian Coe e Steve Ovett hanno duellato a lungo ai vertici del mezzofondo, ma da un po’ di tempo i 100 metri fino alla maratona sono saldamente in mano ad atleti di origine africana. Sir Roger Bannister, eminente neurologo britannico e primo uomo a correre il miglio sotto i quattro minuti, in una conferenza del 1995 disse ciò che molti pensavano, ma pochi osavano esprimere ad alta voce. Disse di essere pronto a passare per politicamente incorretto, parlando «dell’evidente ma trascurato dato di fatto che gli sprinter neri, e in generale tutti gli atleti neri, hanno alcuni vantaggi anatomici naturali.». I presenti credettero di aver capito male. La dominazione degli sportivi di pelle scura nella corsa, nella boxe, negli sport di squadra come il basket e il football americano era stata liquidata finora con la comoda spiegazione che per i neri lo sport rappresenta spesso l’unica possibilità di elevazione sociale. Ma sostenere pubblicamente l’esistenza di differenze più profonde del colore della pelle era inammissibile. Aldilà di queste considerazioni: Bannister non potrebbe avere comunque ragione? Potrebbero davvero esserci minori chances biologiche per gli atleti bianchi?

 

Combinazione di caratteristiche:

de2ad72120dacd1a2a3d7c4b30df3c7d.jpgGli scienziati si interessano da anni alle prestazioni superiori degli africani, in particolare al miracolo del podismo keniano. Se consideriamo i migliori venti di tutti i tempi nelle distanze dagli 800 metri alla maratona, più della metà viene dal Kenya. Dipende dagli elevati altopiani del loro paese, dalla loro alimentazione, oppure dal fatto che molti bambini ogni giorno corrono letteralmente a scuola per chilometri? Tutte queste spiegazioni sembrano insufficienti. Bengt Saltin e i suoi colleghi del Centro di ricerca muscolare di Copenhagen hanno scoperto che nel sangue dei keniani si accumula meno acido lattico che negli atleti bianchi nel corso di uno sforzo prolungato. La concentrazione di acido lattico è un parametro critico: se è troppo alta cala la prestazione. Questo risultato può spiegare perché i keniani riescano a resistere meglio allo sfinimento, ma non è chiaro se dipenda dall’allenamento o dal patrimonio genetico. Saltin al riguardo ha dichiarato alla rivista Science: «Credo che siano i geni.». I podisti keniani di punta, inoltre, bruciano meno ossigeno degli europei per compiere lo stesso sforzo. Sono più efficienti nella corsa. La ragione non risiede nella loro struttura muscolare, ma in quella corporea, secondo Henrik Larsen del Centro di ricerca muscolare di Copenhagen. In effetti i keniani sono più leggeri dei bianchi, e le loro gambe sono più lunghe e sottili. Il movimento delle gambe consuma molta energia, e se sono più leggere sono anche più “economiche”. Gli esperti sono convinti che la dominazione dei keniani sia dovuta a una combinazione di struttura corporea con una grande capacità di resistenza e di prestazione. Mentre gli africani dell’est spadroneggiano nelle distanze lunghe, gli atleti con radici nell’Africa occidentale – come la maggior parte dei neri statunitensi – dominano lo sprint. Gli africani dell’ovest pesano in media 30 kg in più di quelli dell’est, grazie a una massa muscolare più imponente. Inoltre, possiedono una proporzione maggiore di fibre veloci di tipo II nei confronti dei keniani. Ci sono diversi tipi di fibre muscolari: quelle di tipo I sono lente e resistenti e sono aerobiche, ossia hanno bisogno dell’ossigeno. Quelle di tipo II si contraggono più velocemente e possono ricavare energia anche da processi non aerobici. Le fibre di tipo IIa sono mediamente veloci, mentre le IIb sono superveloci. Prevedibilmente, negli sprinter predominano le fibre di tipo II e negli sportivi di resistenza quelle di tipo I. Ma la struttura delle fibre muscolari non riesce a spiegare le vittorie africane. Nonostante il dominio incontrastato degli sprinter neri, i loro muscoli non si differenziano di molto da quelli dei bianchi, salvo per un lieve aumento delle fibre di tipo IIa. La proporzione delle fibre IIb, quelle superveloci, è identica nei due gruppi. E mentre prima si riteneva che i maratoneti avessero una percentuale di fibre lente vicina all’80 per cento, nuovi studi dimostrano che le cose non stanno così. Secondo Kathryn Myburgh dell’Università di Stellenbosch in Sudafrica, il motivo di tale contraddizione potrebbe essere che «anche la maratona richiede una velocità elevata, se si vuole ottenere una prestazione di alto livello». Il keniano Paul Tergat, nella sua maratona da record mondiale, ha corso ogni chilometro dei 42,195 previsti in meno di tre minuti. Ultimamente i ricercatori si sono buttati nell’analisi del genoma per scoprire il vantaggio decisivo, quello che distingue il campione dal resto del gruppo. Attualmente non si conoscono ancora veri geni “atletici”, ma scienziati australiani hanno identificato un gene, dell’alfa-actinina-3, particolarmente attivo nelle fibre muscolari veloci. Una variante di questo gene si riscontra spesso negli sprinter.

L’influsso della psiche

Tutto sommato, le ragioni biologiche per il predominio dell’Africa orientale od occidentale nella corsa non si sono ancora trovate. E c’è chi dubita che si troveranno mai. La storia dello sport è caratterizzata da nette dominazioni regionali cicliche. Per esempio, i podisti scandinavi nel primo Novecento schiantavano ogni concorrenza tra i 5000 e i 10000 metri. Ai tempi i nordici erano reputati imbattibili. Gli esperti sostengono di non sottovalutare il vantaggio psicologico derivato da tali pregiudizi. Secondo loro, finché gli africani godranno della nomea di insuperabili sarà dura cercare di batterli.

(da http://ilcobra.blog.excite.it/permalink/176795)

VELOCISTI DI COLORE AMERICANI E VELOCISTI BIANCHI IN ATLETICA LEGGERA: DIFFERENZE NELLE PRESTAZIONI

Introduzione:

Nelle gare di velocità, in incontri internazionali di Atletica Leggera, si nota sempre una prevalente presenza di atleti di razza nera rispetto alla bianca. In particolare, alle Olimpiadi o ai Campionati del Mondo, capita spesso di vedere otto finalisti su otto tutti di colore e gli attuali detentori dei migliori tempi sulle distanze dei m. 100, 200, 400 e delle corse a ostacoli, sia nel settore maschile che femminile, sono neri.
Evidentemente c’è qualche caratteristica legata alla razza che determina questa superiorità molto netta. Si è cercato di scoprire quale potesse essere tale caratteristica e si sono date alcune risposte.
Alcuni hanno ritenuto che la superiorità dei neri fosse dovuta alla migliore qualità del fenotipo come risultato di una severa selezione naturale verificatasi, soprattutto negli americani, per superare le avverse condizioni di vita durante il periodo della schiavitù. Altri l’hanno attribuita ad un forte desiderio di rivalsa nei confronti dei bianchi, che ha motivato questi soggetti ad allenarsi e a competere con più grinta. Altri ritengono che i neri cerchino in quest’attività una fonte economicamente molto remunerativa. Per cui, mossa da forti aspettative, vi si dedica una grande massa di praticanti dalla quale emergono, attraverso una severa selezione, finalisti di altissimo valore. Da un punto di vista medico si è trovata, nei muscoli degli atleti neri, una prevalenza di fibre bianche veloci, mentre, nei bianchi, prevalgono le rosse, resistenti. Ma noi sappiamo che le diverse forme di allenamento possono anche condizionare la caratterizzazione del tipo di fibre (1) per cui questa potrebbe essere una componente non genetica.
Tutte le suddette motivazioni non hanno trovato, quindi, un supporto scientifico e si resta pertanto nel campo delle ipotesi.

Differenze nelle performances velocistiche nei bianchi e nei neri:

Il presente lavoro si propone di percorrere una strada diversa, cercando nelle caratteristiche anatomiche le ragioni che potrebbero essere alla base della superiorità della razza nera rispetto alla bianca. In particolare, rivolgeremo la nostra attenzione alla lordosi lombare e, più specificatamente, alla inclinazione del bacino che appare più accentuata nella razza nera.
Sull’argomento esiste un solo studio comparativo su soggetti bianchi e neri di sesso femminile, effettuato nel 1988 da Mosner, Bryan, Stull e Shippee (2), dal quale, nei due gruppi, risultano valori analoghi della lordosi lombare misurata tra 2° e 5° vertebra lombare e tra 2° e sacro. Ma si può obiettare che, se i neri avessero, costituzionalmente, una cifosi fisiologica che, per compenso, arrivasse fino alla 2° o 3° lombare o oltre, il valore della loro lordosi risulterebbe nella norma, pur avendo un sacro più inclinato.
Questa eventualità è illustrata nella figura 1 in cui si vedono due lordosi lombari misurate, seguendo il criterio di Mosner e coll., tra 2° lombare e sacro, entrambe di 48° ma, con angoli lombo-sacrali molto diversi.

Figura 1

Infatti una, con una curva lordotica estesa a tutte le vertebre lombari, ha un angolo lombo-sacrale, misurato tra 4° lombare e sacro, di 24° e l’altra, con un’ estensione della cifosi dorsale fino alla 3° lombare, ha un angolo lombo-sacrale di 42°. Questa seconda tipologia avrebbe potuto mascherare, nello studio di Mosner e coll., la presenza di una iperlordosi localizzata alle ultime vertebre lombari e al sacro. Tale possibilità è ipotizzata dalle affermazioni degli stessi autori i quali hanno riscontrato una “clinica impressione che i neri abbiano una lordosi più accentuata”. Tale impressione clinica ha trovato conferma nella misurazione, effettuata sempre da Mosner e coll., della sporgenza dei glutei consistente nella distanza tra il punto più saliente e un piano frontale passante per i grandi trocanteri, distanza che è risultata maggiore nelle nere di cm. 5,2.
Questo è un dato statistico scientificamente provato e che dimostra come ci sia una differenza anatomica tra le due razze.
Le osservazioni citate hanno richiamato la nostra attenzione e ci sono servite come base per estendere le nostre osservazioni in diverse e complementari direzioni.
Esaminiamo, adesso, alcuni principi di biomeccanica partendo dall’analisi della macchina motoria di animali notoriamente veloci alla quale sarà confrontata la macchina umana.
La corsa è uno spostamento rapido sul suolo, ottenuto, nell’uomo e negli animali bipedi, tramite l’azione degli arti inferiori. Nei quadrupedi si effettua mediante l’azione degli arti posteriori, in sinergia con gli arti anteriori, che hanno però un compito prevalentemente di sostegno e non dinamico (3). In tutti i casi la spinta propulsiva principale è a carico dei muscoli estensori dell’anca. Secondo i principi della fisiologia, condizione importante per un ottimale rendimento dei muscoli è che questi siano adeguatamente allungati prima della contrazione (4), sia per ottenere una restituzione di energia elastica (5) che, dal momento che la corsa massima di un muscolo non supera la metà della lunghezza iniziale delle sue fibre contrattili (6), per disporre di un itinerario più lungo (7). Per un altro principio basilare di biomeccanica, il muscolo esprime la sua massima forza quando la direzione del vettore della forza è perpendicolare alla leva mossa (8).
Nei quadrupedi si realizzano tutte queste condizioni favorevoli (9). Questi hanno infatti il bacino e quindi gli ischi a 90° rispetto al femore (10-11-12) (figure: 2, 3 e 4). Pertanto i glutei si trovano preventivamente allungati e il vettore della forza degli ischio-crurali (bicipite femorale, semimembranoso e semitendinoso) risulta perpendicolare rispetto all’asse degli ischi.
Il loro rendimento è ottimale nell’azione propulsiva della corsa (13-14). Il Ghepardo può raggiungere, addirittura, i 114 km/h (15).

Figura 2 Cavallo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Figura 3 Cane

Figura 4 Gatto

Negli animali bipedi le cose stanno pressappoco nello stesso modo (figura 5). Lo struzzo, all’età di un mese, raggiunge i 70 km/h .

Figura 5 Animali bipedi

Nell’uomo, invece, la situazione è diversa. La sua velocità massima è di 37.08 km/h. Si ritiene che all’origine sia stato quadrupede e che, nell’assumere la stazione eretta, abbia sistemato il bacino quasi in linea col femore, a circa 12° dalla verticale (figura 6) in una posizione svantaggiosa ai fini della corsa. Egli ha infatti ridotto la lunghezza degli ischio-crurali e messo i glutei in completo rilasciamento. Muscoli, questi ultimi, che nella corsa sono indispensabili e giocano un ruolo di primo piano. Inoltre, ha posto in tensione i muscoli flessori della coscia e i legamenti anteriori, instaurando, così, forti resistenze al movimento di estensione. Per ottenere un ottimale allungamento degli estensori dell’anca, prima della contrazione, dovrebbe portare il femore in posizione flessa a 120°. A questo livello gli ischio-crurali sono allungati del 50% e i glutei, per alcune fibre, del 100%.
Esaminiamo quello che avviene, invece, durante la corsa veloce (figura 6). Nel momento in cui l’arto inferiore prende contatto col suolo, il femore si trova a circa 23° dalla verticale e a 35° dall’ischio. Il gluteo, quindi, non è adeguatamente allungato e gli ischio-crurali, oltre ad essere scarsamente allungati, iniziano la contrazione con il vettore della forza a molto meno di 90° dal braccio di leva costituito dall’osso ischiatico e proseguono fino a quando, nel momento in cui l’arto inferiore abbandona il suolo percorrendo un angolo di 37°, il femore arriva a -2° (figura 6), compiendo, quindi, questo, l’intero itinerario con angoli di lavoro sempre più svantaggiosi (figura 6). Inoltre, i muscoli flessori ed i legamenti, in particolare il legamento di Bertin, entrano subito in tensione e cominciano presto ad offrire una resistenza progressiva all’escursione dell’anca, ostacolando così il lavoro degli estensori. Supponiamo, adesso, che il bacino basculi in avanti di 10° raggiungendo i 22° dalla verticale (figura 7). Avremo la seguente situazione: Il femore prenderà sempre contatto con il suolo a 23° dalla verticale ma si troverà a 45° dall’ischio. Percorrerà sempre un arco di 37° ma terminerà la corsa a 8° dall’ischio.


 

Figura 6 α = angolo di inclinazione del bacino rispetto alla verticale
Figura 7 β = angolo di inclinazione del bacino rispetto alla verticale

In questo secondo caso i muscoli deputati alla propulsione, trovandosi, all’inizio dell’azione, in una condizione di maggiore allungamento, potranno produrre una contrazione più efficace. Inoltre, terminando l’azione a 8° dall’ischio anziché superarlo, come avvenuto nel caso precedente, i muscoli flessori e i legamenti offriranno una resistenza minore all’estensione della coscia. Appare chiaro, quindi, come un bacino più basculato in avanti offra evidenti vantaggi rispetto ad un bacino normalmente inclinato. Abbiamo notato in quasi tutti i grandi velocisti di colore una maggiore inclinazione del bacino in avanti, come si nota nelle figure 8-8 bis, 9-9 bis, 10, 11, 12 e 13:

Figura 8 Maurice Green        Figura 9 Michael Johnson

Figura 10 Carl Lewis

Fig. 8 bis                          9 Bis

Figura 11 W. Torrence                      Figura 12 Marlene Ottey

Figura 13 Florence Griffith

Rispetto agli atleti bianchi anche di altissimo livello: figure 14, 15 e 16.

Figura 14 Stefano Tilli                        Figura 15 Valery Borzov

Figura 16 Pietro Mennea

Nella dinamica della corsa in genere, ma soprattutto della corsa veloce, in cui tutti i meccanismi sono spinti verso valori estremi, si verificano altri fenomeni di adattamento tesi al raggiungimento di “optimals” funzionali. In particolare, il bacino, preventivamente inclinato, come abbiamo visto, tenderebbe a ritornare nella posizione anatomica iniziale sotto le violente sollecitazioni degli estensori dell’anca. L’azione di questi muscoli verrebbe, in tal modo, distribuita per ottenere, in parte, la propulsione in avanti del corridore e, in parte la retroversione del bacino. Per avere una condizione funzionale favorevole, è indispensabile bloccare il bacino per offrire un punto d’inserzione fisso agli estensori dell’anca. Ed è quello che si verifica durante la corsa veloce mediante meccanismi automatici di compensazione. Si nota, infatti, un aumento della sporgenza dei glutei e un’accentuazione della lordosi lombare. Tale fenomeno viene verosimilmente prodotto dall’ intervento dei flessori dell’ anca, in particolare ileo-psoas, retto femorale, sartorio, tensore della fascia lata, pettineo, medio adduttore, retto interno e i fasci più anteriori del piccolo e medio gluteo e dagli estensori della colonna vertebrale della regione lombare. Quanto descritto si nota con maggiore evidenza soprattutto in due momenti cruciali dello sforzo. Il primo coincide con l’appoggio dell’arto avanzato. In questa fase è fondamentale allungare, per i motivi esposti prima, i muscoli estensori dell’anca e l’antiversione del bacino assolve a questo compito. Inoltre, la contrazione dei muscoli lordosizzanti determina una prima importante stabilizzazione del bacino che diventa così un punto fisso d’inserzione dei muscoli estensori (figure 17 e 19).

Figura 19 Appoggio Sinistro       Figura 17 Appoggio Destro

Figura 18 Fase di Volo

Il secondo momento coincide con la massima estensione dell’anca all’atto della fase conclusiva della spinta. In questo momento, infatti, i legamenti dell’anca raggiungono il massimo grado di stiramento e si oppongono alla sua ulteriore estensione. Nello stesso tempo, i muscoli estensori si sono accorciati e vanno verso un ulteriore accorciamento, pertanto non possono proseguire nella loro azione. Dai fotogrammi possiamo rilevare come, anche in questo momento, il bacino compia un significativo basculamento in antiversione e la colonna lombare si ponga in iperlordosi (vedi figure 8 bis – 9 bis – 10 – 11 – 12 e 13). Il basculamento del bacino in avanti, visibile nelle foto 17 e 19, è messo in evidenza dal confronto con le foto che rappresentano il momento del volo, in cui si nota una riduzione della lordosi lombare (figure 18 e 20).

Figura 20 Florence Griffith Fase di Volo

A questo punto è ragionevole pensare che i soggetti naturalmente portatori di un bacino più inclinato in avanti, siano avvantaggiati rispetto a coloro che non lo sono.
Dallo studio di Mosner e coll. citato prima, risulta che nella razza nera sono state riscontrate caratteristiche anatomiche che si possono far risalire ad una maggiore inclinazione in avanti del bacino rispetto alla razza bianca
Un’altra particolarità anatomico-funzionale da prendere in considerazione è il “sacro dinamico” descritto da Kapandji. Questo tipo di sacro bascula all’indietro slittando sull’articolazione sacro-iliaca, con un movimento definito “contronutazione”. Ma, analogamente, può avvenire che, a sacro fermo, il bacino basculi in avanti. E’ quello che potrebbe avvenire durante la corsa veloce, per l’intervento dei muscoli flessori dell’anca citati prima, come ulteriore adattamento a rinforzo dell’azione precedentemente descritta. E, poichè il “sacro dinamico” appartiene, secondo Kapandji, a soggetti dediti al movimento, si deve considerare peculiare degli atleti neri i quali, attraverso i risultati sportivi, dimostrano di essere più dediti al movimento, in questo caso ad un movimento specifico, ovvero più specializzati, dei bianchi.

Conclusioni:

Abbiamo analizzato alcuni principi meccanici della corsa veloce e abbiamo valutato la possibilità che l’organismo umano attui delle strategie per ottenere prestazioni migliori, concentrando la nostra attenzione su una zona anatomica che è l’articolazione coxo-femorale con l’insieme di leve e muscoli che gravitano su di essa. Abbiamo dedotto che la velocità può essere condizionata dalla posizione di questi muscoli e leve ed in particolare del bacino che, con l’aumentare della propria inclinazione, può consentire di ottenere prestazioni superiori.
E abbiamo trovato, attraverso l’analisi di documentazioni iconografiche e studi scientifici, che questa è una peculiarità degli atleti di razza nera.

Note:

1) Hollmann W. – Mader A.- S.D.S. Scuola dello Sport – ROMA – 2000 – n°47 e 48 pagg. 4 e 5
2) Mosner e coll. – SPINE – vol. 14 – Number 3 – 1989 pag. 312
3) Martini – Fisiologia degli Animali Domestici – 1981 pag. 379
4) Bogdanov – Ivanov – Biomeccanica degli Esercizi Fisici – 1989 pag. 195
5) Bellotti – Matteucci – Allenamento Sportivo – 2000 pag. 64
6) Kapandji – Fisiologia Articolare – Vol. 2° pag. 56
7) Bogdanov – Ivanov – Biomeccanica degli Esercizi Fisici – 1989 pag. 201
8) Martini – Fisiologia degli Animali Domestici – 1981 pag. 373
9) Bienfait – Fisiologia della Terapia Manuale – 1990 pag. 333
10) Bienfait – Fisiologia della Terapia Manuale – 1990 pag. 333
11) Pelagalli – Botte – Anatomia Veterinaria Sistematica e Comparata – 1981 pagg. 32-445-465-490
12) Martini – Fisilogia degli Animali Domestici – 1981 pag. 373
13) Kapandji – Fisiologia Articolare – volume 2 pag.36
14) Bienfait – Fisiologia della Terapia Manuale – 1990 pag. 333
15) Fabbri Editore – Gli Animali e il loro mondo – 1968 – volume 1 pag. 140

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Bibliografia:

[1] BELLOTTI P. e MATTEUCCI E., “Allenamento Sportivo”, UTET, Torino, 2000;

[2] BIENFAIT M., “Fisiologia della Terapia Manuale”, Ed. Marrapese, Roma, 1990;

[3] BOGDANOV P. e IVANOV S., “Biomeccanica degli Esercizi Fisici (a cura di A.MANONI)”, Società Stampa Sportiva, Roma, 1989.

[4] FABBRI Editore, “Gli animali e il loro mondo”, Enciclopedia, 1968;

[5] HOLLMANN W. e MADER A., “S.D.S.” (Scuola dello sport), Roma, 2000, n° 47 e n° 48;

[6] KAPANDJI A., “Fisiologia Articolare (Volume 1 e Volume 2)”;

[7] MARTINI E., “Fisiologia degli Animali Domestici”, Libreria Universitaria L. Tinarelli, Bologna, 1981;

[8] MOSNER E. A., BRYAN J. M., STULL M. A. e SHIPPEE R., “A Comparison of Actual and apparent Lumbar Lordosis in Black and White Adults Females”, Spine, Volume 14, Number 3, 1989;

[9] NEUMANN G. e BERBALK A., “S.D.S.” (Scuola dello sport), Roma, 2000, n° 50;

[10] PELAGALLI G. e BOTTE V., “Anatomia Veterinaria Sistematica e Comparata”, Edi Ermes, Milano.

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Autori:

Michele Torrusio, Dottore in Scienze Motorie, Chinesiologo, Membro attivo della S.I.R.E.R. (Société Internationale de Recherche et d’Etude sur le Rachis), Catanzaro, Italia;

Andrea Quagliozzi, Ingegnere, Dipartimento di Meccanica Università della Calabria, Catanzaro, Italia;

Giuseppe Bova, Medico dello Sport, Unità Operativa A.S. N° 7, Catanzaro, Italia.

(da http://www.netfriend.it/offlimits/home.asp?pg=501)

Gli atleti neri (in particolare gli afro-americani) sono geneticamente più veloci degli atleti bianchi o asiatici?ultima modifica: 2007-07-13T14:40:00+00:00da okram20

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