L’ipertensione arteriosa negli Afro-americani

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Ipertensione arteriosa e fattori genetici:

L’ereditarietà o famigliarità della patologia influisce per circa il 30% sulla possibilità d’insorgenza dell’ipertensione. Per questo motivo un soggetto che ha dei famigliari ipertesi, avrà un maggior rischio (ma non la certezza assoluta) di sviluppare la malattia. In questi casi è molto importante seguire scrupolosamente le regole di prevenzione primaria, per allontanare il più possibile l’eventuale comparsa della patologia.

La razza nera va incontro all’ipertensione più frequentemente di quella caucasica, probabilmente a causa di un particolare gene che codifica per un enzima chiamato ACE. E’ altresì interessante notare come i neri americani presentino un’incidenza di ipertensione superiore ai neri d’Africa probabilmente a causa dello stile di vita predisponente (fumo, obesità, sedentarietà, alcol, ecc).

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Un interessante approfondimento: ipertensione, genetica e sport…

Tra i numerosi ormoni prodotti dal nostro organismo ne esiste uno chiamato ANGIOTENSINA II risultante dalla conversione di un altro ormone (angiotensina I) per opera di un enzima di conversione chiamato ACE.
L’angiotensina II favorisce l’ipertensione inducendo vasocostrizione ed aumento delle resistenze circolatorie periferiche. Tale ormone esplica le sue funzioni anche grazie allo stimolo sulla sintesi di ALDOSTERONE (un altro ormone che favorisce la ritenzione idrica e salina aumentando la quantità di sangue circolante e, di conseguenza, la pressione arteriosa.

Nella popolazione umana esiste una grandissima variabilità nei livelli dell’enzima ACE, principalmente riconducibile a fattori genetici. In particolare esistono tre possibili genotipi:

DD: questi soggetti hanno una maggiore attività enzimatica ACE, hanno quindi una pressione cardiaca superiore alla norma

ID: si tratta di soggetti eterozigoti, che dal punto di vista genetico si collocano tra le due forme ed hanno pertanto caratteristiche intermedie

II: in questo caso l’attività dell’enzima ACE è inferiore, quindi vi è una minor sintesi di angiotensina II e, di conseguenza, la pressione arteriosa di questi soggetti è tendenzialmente inferiore.

Riassumendo:

GENOTIPO DD = pressione superiore rispetto alla norma

GENOTIPO ID = pressione nella norma

GENOTIPO II = pressione inferiore alla norma

I tre genotipi hanno frequenze diverse in gruppi etnici diversi:

 

  DD ID II
AFRO-AMERICANI 29% 60% 11%
INDIANI 19% 50% 31%
BIANCHI 29% 40% 31%

Diversi autori hanno descritto una frequenza superiore di controlli del genotipo DD in soggetti affetti da cardiomiopatia ipertrofica, stenosi arterio-coronariche, infarto del miocardio, ipertensione, ipertrofia ventricolare sinistra.

Altri studi non rilevano un significativo aumento di frequenza del genotipo DD nelle categorie suddette.

E’ stata suggerita una associazione fra genotipo DD e longevità, sulla base di una maggior frequenza di tale genotipo in soggetti sedentari.

I tre genotipi hanno frequenze diverse negli atleti agonisti di livello internazionale:

GENOTIPO DD: caratteristico negli atleti di potenza o di “sprint” (maggiore potenza, maggiore attività del metabolismo anaerobico)

GENOTIPO ID e II: caratteristici degli atleti di “endurance”; (maggiore utilizzo di acidi grassi e minore risposta vasocostrittiva all’esercizio muscolare)

(da http://www.my-personaltrainer.it/ipertensione/ipertensione-sport.html)

L’incidenza dell’ipertensione arteriosa negli Afro-americani:

di Renata Perani, N. 9/10 settembre/ottobre 2006

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Come alcuni “privilegi” sembrano tipici di alcune popolazioni, purtroppo lo sono anche alcune situazioni meno felici e alcune popolazioni sono maggiormente predisposte di altre ad alcune patologie. Sulle pagine di questa rivista abbiamo spesso parlato di ipertensione. Forse non tutti sanno che tra i fattori predisponenti all’ipertensione arteriosa c’è anche l’etnia di appartenenza. Vediamo quindi un caso specifico.

Rispetto alla popolazione americana bianca e a quella di colore di nazionalità africana, la popolazione afro-americana manifesta una maggiore predisposizione a sviluppare l’ipertensione arteriosa, tanto che, secondo alcuni studi, la percentuale di individui ipertesi corrisponde addirittura a un terzo della comunità afro-americana. In questi soggetti la malattia ipertensiva si manifesta più precocemente che nel resto della popolazione e si sviluppa in modo più grave. Ne consegue che la popolazione di colore americana è maggiormente esposta al rischio delle conseguenze possibili di questa patologia, tra le quali abbiamo:

  • l’insorgenza di ictus: l’ipertensione può causare la stenosi delle arterie che portano al cervello il sangue ossigenato. Per questa ragione il rischio di ictus esiste per tutti i soggetti che manifestano l’ipertensione, ma nel caso di questa particolare popolazione di individui esso appare maggiore addirittura dell’80 per cento;
  • lo sviluppo di cardiopatie: l’aumento della pressione arteriosa causa un superlavoro per il cuore che incontra una maggiore resistenza a spingere il sangue nei vasi. Ciò comporterà la comparsa di una cardiopatia ipertensiva caratterizzata da un ispessimento delle pareti del cuore.
    Se la pressione non viene curata, dopo alcuni anni, potrà comparire uno scompenso cardiaco e potrà essere favorita l’insorgenza della cardiopatia ischemica. L’ipertensione è la prima causa di insufficienza cardiaca tra gli afro-americani e, per la popolazione di colore americana, il rischio di morte per insufficienza cardiaca è due volte maggiore rispetto a quello della popolazione bianca per ciò che riguarda gli uomini, mentre per le donne esso è addirittura tre volte maggiore. Anche il rischio di morte in caso di attacco cardiaco è maggiore per la popolazione di colore e, di nuovo, soprattutto per le donne;
  • la comparsa di insufficienza renale: l’ipertensione può causare il restringimento delle arterie che portano il sangue ossigenato ai reni e se questa condizione non viene arginata comincia a subentrare l’insufficienza renale. La progressiva distruzione della quota di nefroni funzionanti fa sì che il rene diventi più piccolo e più grinzo e non riesca più a effettuare la depurazione delle sostanze tossiche presenti nel sangue. Ciò determina un ulteriore incremento della pressione arteriosa. Si ritiene che la causa principale di insufficienza renale parziale o totale tra gli afro-americani sia proprio una mancanza di attenzione per quel che riguarda i propri valori pressori, che non vengono adeguatamente monitorati. Infatti l’incidenza di uremia terminale (ESRD) è tre volte maggiore che nel resto della popolazione;
  • e infine l’insorgere di disturbi visivi fino alla cecità: per compressione, occlusione o rottura o comparsa di essudati dei piccoli vasi della retina. Questo tipo di conseguenze si riscontra con frequenza due volte maggiore nella popolazione americana di colore.

Fattori di rischio per gli Afro-americani:

 

L’incidenza dei fattori di rischio per lo sviluppo dell’ipertensione nella popolazione di colore è superiore rispetto ad altre etnie. Per esempio le donne afro-americane, rispetto alle donne bianche, hanno una maggiore tendenza al sovrappeso e all’obesità vera e propria, nonché al diabete, entrambi fattori predisponenti all’ipertensione. In dettaglio i fattori di rischio più pesanti per gli afro-americani sono:

  • il sovrappeso e l’obesità: maggiore è il peso di una persona, più questa è esposta al rischio di svariate patologie. Si parla di obesità quando il peso di una persona supera il suo peso forma di oltre il 20 per cento, oppure se l’indice di massa corporea è maggiore di 30. Questa condizione, ma anche quella di semplice sovrappeso, può comportare rischi estremamente gravi per la salute. Queste statistiche sono da tenere particolarmente in considerazione per le donne afro-americane, che hanno una tendenza al sovrappeso molto superiore rispetto alle donne e agli uomini bianchi e anche rispetto agli uomini afro-americani. Le ricerche mostrano che più dei due terzi delle donne di colore americane non svolgono una sufficiente attività fisica. Questo può essere dovuto alla mancanza di tempo e a problemi economico-sociali oltre che allo stress aggiuntivo che può accompagnarsi al tentativo di perdere peso. Un ulteriore fattore può essere quello culturale: le donne magre, infatti, sono più apprezzate dalla popolazione bianca che non da quella di colore. Infine, alcune persone non cercano neanche di controllare il proprio peso perché hanno così poca stima di sé da non prendersi cura di loro stesse;
  • il diabete: i diabetici sono maggiormente predisposti a sviluppare l’ipertensione. Gli afro-americani hanno una maggiore predisposizione al diabete rispetto ai bianchi, addirittura superiore del 50 per cento per le donne;
  • lo stress: secondo alcuni ricercatori la popolazione di colore americana è sottoposta a un maggiore carico di stress rispetto alla popolazione bianca, perché si trova più spesso a dover affrontare situazioni di disagio, sociale ed economico, e lo stress è tra i fattori che favoriscono lo sviluppo di sindromi ipertensive;
  • il fumo: benché i neri americani non fumino più dei bianchi, risulta però che essi comprino marche di sigarette che contengono maggiori quantità di catrame e nicotina. Inoltre, da alcune indagini, risulta che certe compagnie di tabacco svolgono un’azione di marketing più specificamente diretta ai consumatori afro-americani, sulle cui riviste le sigarette sono reclamizzate più massicciamente che su pubblicazioni dirette a pubblici più compositi;
  • il consumo eccessivo di alcool;
  • l’eccessiva presenza di grassi nella dieta. Sia la cucina soul che quella dei fast food, molto frequentate dalla popolazione di colore americana, sono eccessivamente ricche di grassi saturi, che aumentano il rischio di ipertensione nonché di patologie cardiovascolari;
  • sensibilità al sale: alcune persone sono così dette salt sensitive, ovvero sono geneticamente predisposte a sviluppare ipertensione quando sottoposte a una dieta ricca di sale. Benché non ci siano valori fissi, i livelli raccomandati dalla CEE per l’assunzione di sale si aggirano sugli 1,5-8,8 g al giorno. Negli Stati Uniti la media di consumo di sale giornaliera è di circa 12 grammi e gli afro-americani sono in grande maggioranza, appunto, salt sensitive.

Il trattamento farmacologico per gli Afro-americani:

Anche nel trattamento della patologia ipertensiva la popolazione afro-americana presenta delle differenze rispetto alla popolazione bianca. Infatti, per la popolazione di colore americana, i farmaci che sono risultati tra i più efficaci per il controllo dell’ipertensione sono risultati i diuretici. Per i pazienti non rispondenti alla cura è possibile abbinare questi farmaci agli ACE inibitori o ai beta bloccanti che, presi isolatamente, risultano meno efficaci sulla popolazione afro-americana.

Lo scompenso cardiaco:

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Lo scompenso cardiaco, o insufficienza cardiaca, è un termine che comprende molteplici connotazioni patologiche: è una sindrome clinica nella quale alterazioni strutturali e funzionali del cuore portano a fenomeni secondari, primo fra tutti la “dispnea”, ovvero la mancanza o carenza di respiro in seguito a lievi sforzi fisici.
Si definisce insufficienza cardiaca uno stato fisiopatologico nel quale il cuore non riesce a pompare il sangue in quantità adeguata alle richieste metaboliche dei tessuti, oppure può farlo solo con “pressioni di riempimento” sanguigno elevate.
Il mantenimento della sufficienza in queste condizioni costituisce lo stato di compenso. Quando il limite della possibilità di tale compenso viene oltrepassato inizia lo scompenso.
Lo scompenso cardiaco viene diagnosticato sulla base della combinazione di un’attenta valutazione sintomatologica durante l’anamnesi, volta a rilevare:

  • mancanza di respiro;
  • astenia;
  • ritenzione di liquidi.

Spesso intercorre un rilevante lasso di tempo tra l’instaurarsi delle alterazioni della struttura o delle funzioni del cuore e le manifestazioni cliniche dello scompenso. Queste si possono osservare settimane, mesi o anche anni più tardi.

Insufficienza renale:

L’insufficienza renale è una condizione patologica che compare quando i reni non sono più in grado di funzionare in modo efficiente. I reni hanno il compito di depurare il sangue, filtrando le sostanze dannose, e svolgono perciò un ruolo fondamentale nel mantenimento dell’equilibrio interno dell’organismo. Quando la funzione renale si altera, perché i reni non sono in grado di trattenere gli elettroliti (sali minerali presenti nelle cellule) oppure non riescono più a mantenere il livello di sostanze nocive nel sangue entro una soglia ottimale, si produce l’insufficienza renale, una patologia che, nella sua tipologia cronica, in Italia colpisce attualmente circa 40.000 persone.
L’insufficienza renale può essere acuta (Ira) o cronica (Irc). Quella acuta è provocata da un deterioramento improvviso della funzionalità renale (il blocco renale) ed è caratterizzata da ridotta produzione di urine (oliguria); può essere generata da infezioni gravi, terapie farmacologiche, interventi chirurgici.
Quella cronica è invece provocata da una perdita permanente della funzione renale. Questo deterioramento dei reni è progressivo e lento, per cui è difficile individuarne i segni, anche perché l’organismo reagisce tentando di compensare il malfunzionamento di quest’organo. Le cause principali sono: nefropatia diabetica, ipertensione arteriosa, glomerulonefriti, nefropatia policistica, idronefrosi ecc. L’Irc porta all’uremia, ossia a una condizione tossica in cui si ha accumulo nel sangue dei prodotti del metabolismo delle proteine e di urea.
Le ripercussioni sono gravi: intossicazione globale dell’organismo con anoressia, vomito, nausea, prurito diffuso, poliuria, nicturia e, in fase terminale, oliguria e anuria. I sintomi che possono indicare la presenza di Irc sono pressione alta, stanchezza, inappetenza, pallore.
La diagnosi (sia per la forma acuta sia per quella cronica) si basa su una serie di esami di laboratorio (BUN, creatinina, sodio, potassio, cloro, calcio, fosforo, emocromo, acido urico, esame delle urine) e strumentali (radiografia addominale, ecografia, Tac, Rmn, scintigrafia renale, urografia, biopsia). Nel caso di insufficienza renale acuta la terapia è rappresentata dall’eliminazione della causa che l’ha provocata, dal ripristino della diuresi e degli equilibri idroelettrolitici, dal trattamento delle infezioni.
Nel caso della forma cronica, si devono adottare drastici cambiamenti nella dieta, eliminando il sodio e passando a un’alimentazione con poche proteine e fosfati, per evitare ulteriori danni ai reni, e bisogna sottoporsi a una terapia farmacologica che consenta di correggere gli squilibri presenti nell’organismo. Nel caso dei pazienti ormai giunti all’uremia, le uniche possibilità sono rappresentate dalla dialisi e dal trapianto renale (quest’ultimo indicato soprattutto per i pazienti molto giovani).
La forma più completa di terapia è rappresentata dal trapianto; in più della metà dei casi, il rene trapiantato funziona in modo ottimale anche dopo quindici anni dall’intervento. In caso di fallimento del trapianto, il paziente torna alla dialisi, ma potrà in seguito effettuare un nuovo tentativo.

Indice di massa corporea:

L’indice di Massa Corporea (IMC) viene ottenuto, secondo le indicazioni dell’Istituto Nazionale della Nutrizione, dividendo il proprio peso in kg per il quadrato della statura in metri. Valori accettabili dell’indice di massa corporea (IMC) sono compresi tra 18,5 e 24,9; valori superiori a 24,9 indicano una condizione di sovrappeso, che si traduce in obesità per IMC> 30. Valori inferiori a 18,5 indicano magrezza, considerata grave per valori di IMC inferiori a <16. È possibile calcolare il proprio indice di massa corporea sul sito http://www.adieta.it/bmi.html.

La cucina soul:

Il soul food è la cucina tradizionale della popolazione afro-americana. Ha avuto origine nel sud degli Stati Uniti per poi diffondersi e diventare di tendenza anche nel resto del mondo e in Italia. Le ricette base hanno ingredienti molto ricchi, che comprendono pesce e pollo fritti, costolette piccanti, fagioli neri, vegetali, pisellini, maccheroni e okra, pane di grano caldo, formaggio e altro ancora. La tradizione vuole che si dedichi un tempo molto lungo alla preparazione dei cibi la cui cottura viene costantemente sorvegliata, secondo la tradizione africana, per dare anima e sapore a prodotti poveri, trasformandoli in pasti regali. Amici e parenti partecipano alla preparazione del pranzo domenicale, che avviene dopo la funzione religiosa cantata, il gospel.
Pare che il soul food si sia diffuso in tutti gli Stati Uniti quando, a partire dagli anni ’40, la first lady Eleanor Roosvelt licenziò del personale bianco, perché troppo caro, e assunse anche cuochi africani. Per la gente afro è sinonimo di orgoglio e tradizione, accoglienza e ospitalità; tuttavia questa cucina, benché gustosa, è decisamente troppo ricca per essere consumata spesso.

(da http://www.prevenzione-cardiovascolare.it/archivio/archivio_text.php?cat_id=288&pos=0)

Salute degli Afro-americani, genetica e farmaci negli U.S.A.:

Nel marzo 2001 la Food and Drug Administration, l’organismo di controllo federale degli Stati Uniti su alimentazione e farmaci, stipula un accordo nel quale dà diritto a una società specializzata in biotecnologie, la NitroMed, di cominciare una ricerca sul primo “farmaco etnico” studiato appositamente per pazienti neri: il BiDil. La medicina è in grado di aumentare i livelli di ossido nitrico (un derivato dell’azoto) del sangue e, di conseguenza, prevenire l’affaticamento cardiaco. Si tratta della combinazione di due farmaci per il cuore i cui test fallimentari risalgono a 20 anni fa. Originariamente il medicinale viene concepito per una popolazione ben più vasta di quella nera. Ma gli studi clinici sull’efficacia del BiDil non danno risultati notevoli e l’FDA ne rifiuta l’approvazione nel 1997, perché l’applicazione poggia su studi superati. Cosa succede dopo? Nonostante la sua bocciatura, la ricerca riesamina i dati e dimostra che nei vecchi test il BiDil ha avuto effetti positivi su una parte del campione di individui a cui è stato somministrato: 395 neri. Non solo, i dati raccolti negli USA e riportati dalla rivista Science sono ancora più chiari. A differenza dei colleghi bianchi, gli afro-americani rappresentano quella fetta di popolazione 10 volte più soggetta all’insufficienza epatica, 3 volte all’ipertrofia cardiaca e 2 volte al diabete. Questi dati spiegano le ragioni dell’introduzione sul mercato farmacologico del medicinale da somministrare agli afro-americani. Ecco quindi arrivare la seconda valutazione dell’FDA. L’organismo federale americano stabilisce che potenzialmente il farmaco è in grado di evitare scompensi cardiaci nei soggetti di colore e dà via libera al brevetto. Dal 2004 il BiDil può essere prescritto come rimedio benefico per gli americani neri che soffrono di cuore.

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Negli Stati Uniti associare alcune patologie con il colore della pelle non è un segreto. La ricerca scientifica fondata sulla razza è sostenuta da studiosi come Sally Satel, psichiatra e docente all’Università di Yale. La studiosa ha apertamente proclamato di fare “medicina razziale”, per migliorare l’iter diagnostico e il trattamento dei pazienti. Se per esempio ha in cura un nero che soffre di depressione, prescrive dosi più deboli di Prozac, perché i dati clinici analizzati dalla ricerca farmacologia hanno dimostrato che numerosi afro-americani metabolizzano gli antidepressivi più lentamente rispetto a caucasici e asiatici. Dal colore della pelle le differenze indicate da alcuni studiosi americani si estendono anche ad altre “disfunzioni”, come anemia e ipertensione. A soli 4 anni dall’annuncio che la razza non ha alcuna base scientifica, la medicina americana continua a somministrare farmaci in modo differenziato nonostante gli effetti benefici delle cure siano blandi. È il caso del Cozaar, un prodotto farmacologico utilizzato per diminuire la pressione arteriosa, che ha risolto solo pochi casi di ipertensione tra la popolazione nera. La ricerca tuttavia continua. Uno studio in corso sponsorizzato dal laboratorio AstraZeneca, per esempio, sta analizzando gli effetti di un farmaco anticolesterolo su cittadini americani provenienti dall’Asia del Sud, come gli indiani, considerati individui più sensibili alle malattie cardiovascolari legate al colesterolo. Quali le ragioni di tante ricerche? In campo medico i ricercatori hanno individuato geni che espongono l’organismo ad alcuni tipi di malattie e altri che vengono coinvolti nelle dinamiche del farmaco. Le risposte a una terapia farmacologia possono dipendere da uno qualsiasi di questi geni. Le unità ereditarie del cromosoma inoltre si distribuiscono in modo diverso tra le popolazioni. Si è riscontrato poi che un tipo di mutazione genetica avviene con più frequenza in certe zone geografiche e meno in altre. Tuttavia la scienza non dispone ancora di test genetici efficaci per dimostrarlo.

(da http://www.disinformazione.it/razzaemedicina.htm)

USA / Il primo farmaco prodotto su misura per Afro-americani:

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Un’azienda farmaceutica vuole commercializzare il primo farmaco prodotto su misura per afroamericani. Si chiama BiDil ed e’ una medicina per il cuore; i test clinici sui neri hanno dato risultati tanto positivi da far interrompere la sperimentazione e chiedere subito l’autorizzazione alla vendita. Questo caso riacutizza il dibattito sulle “terapie etniche”, in corso da qualche anno nel mondo sanitario statunitense.

(da http://www.aduc.it/dyn/avvertenze/newtex.php?ed=149&tipo_id=2)

Il BiDil visto da Keith Knight:

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Per approfondire:

http://www.postgradmed.com/issues/2002/10_02/sowers1.htm  esaustivo articolo (in lingua inglese) sull’ipertensione presso gli Afro-americani.

http://www.clas.ufl.edu/jur/200603/papers/paper_ortega.html  articolo (in lingua inglese) sull’ipertensione presso gli Afro-americani studiata a partire da un’analisi genetico-comparativa.

http://www.hhcbooks.com/Merchant2/merchant.mvc?Screen=PROD&Product_Code=HPERAA&Category_Code= articolo (in lingua inglese) di presentazione di un libro del Dr. Elijah Saunders sull’ipertensione degli Afro-americani. 

http://drsharronjenkins.com/quotes.htm  articolo (in lingua inglese) di presentazione di un libro del Dr. Sharron K. Jenkins che mostra la maggiore precarietà (in merito alla salute) degli Afro-americani rispetto agli americani bianchi. 

http://www.meharry.org/Fl/Minority_Health/Heart_Disease.html

http://www.umm.edu/news/releases/hypertension_guidelines.htm

L’ipertensione arteriosa negli Afro-americaniultima modifica: 2007-07-10T18:35:00+00:00da okram20
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4 pensieri su “L’ipertensione arteriosa negli Afro-americani

  1. Vorrei sapere se il (midil) e un farmaco efficace anche per persone non afroamericane e se efficace che caratteristiche ha? e un vaso dliatatore e un diuretico e un calcio antagonista si trova in ITALIA, cosè grazie per l’informazione

  2. Salve silvio! Dunque io non sono né un medico né un farmacologo (sono un antropologo) quindi non posso azzardare nessuna prescrizione..L’unica cosa che so al riguardo è che la NitroMed dichiara che non dispone dei fondi per condurre gli studi necessari per inoltrare all’FDA la richiesta di estendere l’indicazione del BiDil ai bianchi…per maggiori informazioni puoi leggere questo sito: http://www.partecipasalute.it/cms_2/node/107
    Spero di esserti stato utile!

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